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È morto Bruno Contrada, ex numero tre del Sisde: figura controversa tra servizi segreti, processo per mafia e assoluzione finale

È morto Bruno Contrada, ex numero tre del Sisde: figura controversa tra servizi segreti, processo per mafia e assoluzione finale

venerdì, 13 Marzo 2026
1 minuto di lettura

È morto a Palermo a 94 anni Bruno Contrada, ex funzionario di polizia e già numero tre del Sisde, figura controversa della storia giudiziaria e istituzionale italiana. Per decenni il suo nome è rimasto legato alle indagini sui rapporti tra apparati dello Stato e criminalità organizzata e a una lunga e complessa vicenda giudiziaria conclusasi con l’annullamento definitivo della sua condanna.

Nato a Napoli il 2 settembre 1931, Contrada costruì la propria carriera negli apparati di sicurezza dello Stato. Lavorò nella Polizia di Stato e successivamente nei servizi segreti civili, arrivando a ricoprire incarichi di vertice nel Sisde.

Il suo nome emerse nelle inchieste sulla cosiddetta ‘zona grigia’ tra legalità e illegalità e sui presunti collegamenti tra mafia e istituzioni. Un contesto investigativo che, negli anni Novanta, fu al centro delle indagini anche dopo la strage di via D’Amelio del 1992, nella quale venne assassinato il magistrato Paolo Borsellino.

Contrada ha sempre respinto ogni accusa, definendosi collaboratore e amico dello stesso Borsellino, una circostanza tuttavia contestata dai familiari del giudice ucciso. In precedenza era stato anche collega e superiore di Boris Giuliano, dirigente della squadra mobile di Palermo assassinato dalla mafia nel 1979.

La svolta giudiziaria

La svolta giudiziaria arrivò il 24 dicembre 1992, quando fu arrestato con l’accusa di concorso esterno in associazione mafiosa. Dopo una prima assoluzione in appello, nel 2007 la condanna divenne definitiva con una pena a dieci anni di reclusione.

Contrada scontò otto anni di carcere, continuando a proclamare la propria innocenza, e terminò di espiare la pena nel 2012. La sua vicenda ebbe però un ulteriore sviluppo sul piano internazionale. Nel 2014 la Corte europea dei diritti dell’uomo condannò lo Stato italiano ritenendo che la mancata concessione dei domiciliari, nonostante le gravi condizioni di salute dell’ex funzionario, avesse violato il divieto di trattamenti inumani o degradanti.

Nel 2015 la stessa Corte stabilì inoltre che, all’epoca dei fatti contestati – tra il 1979 e il 1988 – il reato di concorso esterno in associazione mafiosa non fosse sufficientemente chiaro e prevedibile.

Alla luce di quella pronuncia, nel 2017 la Corte di Cassazione dichiarò ineseguibile la condanna, chiudendo definitivamente il caso giudiziario. Nello stesso anno il capo della Polizia Franco Gabrielli revocò il provvedimento di destituzione, reintegrando Contrada come pensionato nella Polizia di Stato con effetto retroattivo al 1993.

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