L’amministrazione Trump ha deciso di abbandonare definitivamente i tentativi di difendere in tribunale gli ordini esecutivi che miravano a colpire alcuni dei più importanti studi legali del Paese, dopo una serie di sentenze che ne avevano dichiarato l’incostituzionalità. La scelta, formalizzata con la richiesta al tribunale d’appello di Washington di ritirare le impugnazioni ancora pendenti, segna la fine di una controversia che aveva agitato il mondo legale statunitense per mesi. Gli ordini presidenziali avevano preso di mira quattro studi — Perkins Coie, WilmerHale, Jenner & Block e Susman Godfrey — accusati dalla Casa Bianca di aver rappresentato figure politiche ostili all’allora presidente.
Le misure contestate prevedevano limitazioni ai contratti governativi, restrizioni agli accessi agli edifici federali e la sospensione delle autorizzazioni di sicurezza per i dipendenti degli studi coinvolti. Una strategia che diversi giudici federali avevano bollato come ritorsiva e incompatibile con i principi costituzionali, portando a quattro sentenze consecutive contrarie all’amministrazione. Di fronte a un quadro giuridico ormai sfavorevole, il Dipartimento di Giustizia ha scelto di non proseguire nella difesa degli ordini, riconoscendo implicitamente la solidità delle decisioni dei tribunali inferiori. La retromarcia rappresenta un momento significativo per il rapporto tra potere esecutivo e professione legale.
Gli studi coinvolti avevano denunciato gli ordini come un tentativo senza precedenti di punire avvocati per il semplice fatto di aver rappresentato clienti sgraditi al presidente, un principio che avrebbe potuto minare l’indipendenza dell’avvocatura e il diritto alla difesa. Con la rinuncia alle impugnazioni, le sentenze che avevano invalidato gli ordini diventano definitive, chiudendo una vicenda che aveva sollevato preoccupazioni diffuse nel mondo giuridico e politico.





