Il conflitto divampato in Medio Oriente sabato scorso investe un’area strategica per l’economia italiana, cruciale sia per l’approvvigionamento di commodities energetiche sia per le vendite del made in Italy. Un eventuale prolungamento della guerra accrescerebbe l’incertezza per le imprese, compromettendo la ripresa degli investimenti e accentuando la frenata del mercato del lavoro.
Lo scenario più critico resta quello di un blocco dello Stretto di Hormuz, snodo attraverso cui transita oltre un quarto del commercio mondiale di petrolio: una chiusura ridurrebbe l’offerta globale di greggio e GNL, innescando un rialzo dei prezzi dell’energia con un impatto recessivo sull’economia italiana.
Un grande mercato
Nei dodici mesi terminanti a novembre 2025, le imprese italiane hanno esportato nell’area mediorientale prodotti manifatturieri per 27,9 miliardi di euro, pari al 4,6% dell’export manifatturiero totale. Nei primi undici mesi dell’anno la crescita è stata del 7,9%, superiore al +3,1% della media complessiva. Primo mercato dell’area sono gli Emirati Arabi Uniti, con 9,1 miliardi di euro di esportazioni e un balzo del 18,5% nel 2025. Seguono l’Arabia Saudita (6,3 miliardi, +3,7%), il Kuwait (1,86 miliardi, +57,2%) e il Libano (971 milioni, +18,5%).
In calo invece le vendite verso il Qatar (2,0 miliardi, -14,6%), l’Iraq (965 milioni, -1,6%) e Israele (3,4 miliardi, -0,8%).
I settori trainanti
I comparti con oltre 2 miliardi di euro di export nell’area sono: Macchinari e apparecchi: 7 miliardi (25% dell’export verso l’area) Altre attività manifatturiere: 3,2 miliardi (11,7%), di cui spiccano 1,8 miliardi di gioielleria, 751 milioni di mobili e 260 milioni di occhialeria. Metalli e prodotti in metallo: 2,7 miliardi (9,7%) Mezzi di trasporto: 2,6 miliardi (9,3%). Moda (tessile, abbigliamento, pelle): 2,4 miliardi (8,6%) I settori a maggiore presenza di micro e piccole imprese — alimentare, moda, legno-arredo, metalli, gioielleria e occhialeria — totalizzano complessivamente 8,6 miliardi di esportazioni nell’area.
Regioni più esposte
L’export verso il Medio Oriente vale in media l’1,28% del PIL italiano, ma alcune regioni mostrano un’esposizione superiore. La Toscana guida la classifica con 4,1 miliardi di esportazioni, pari al 2,94% del PIL regionale. Seguono: Emilia-Romagna: 3,4 miliardi (1,79% del PIL) Veneto: 3,3 miliardi (1,69%) Lombardia: 8,2 miliardi (1,67%) Friuli-Venezia Giulia: 725 milioni (1,61%) Nei primi nove mesi del 2025 il dinamismo maggiore si registra ancora in Toscana (+24,2%), seguita da Lombardia (+9,8%), Emilia-Romagna (+4,4%) e Veneto (+3,9%). In controtendenza il Friuli-Venezia Giulia (-4,3%).
Energia, area chiave
Il Medioriente rappresenta il 34,9% delle esportazioni mondiali di petrolio e il 42% di quelle di greggio. Attraverso lo Stretto di Hormuz transita il 26,6% del commercio globale di petrolio. Nel 2025 l’Italia ha importato dall’area beni energetici per 16 miliardi di euro, pari al 27,4% dell’import totale di petrolio e gas naturale. In particolare, il Qatar è il secondo fornitore di GNL dell’Italia, con una quota del 33,6% dell’import complessivo, alle spalle degli Stati Uniti.
Rischio crisi
Una fiammata persistente dei prezzi energetici potrebbe tradursi in uno shock per l’economia italiana. Nel Piano strutturale di bilancio di medio termine (PSB), il Governo ipotizza uno scenario di rischio con quotazioni di petrolio superiori di 10 dollari e di gas maggiori di 10 euro rispetto alle previsioni per un biennio: in questo caso, il PIL registrerebbe una crescita inferiore di 0,1 punti percentuali nel primo anno e di 0,2 punti nel secondo rispetto allo scenario base. In un contesto già segnato da fragilità geopolitiche e tensioni sui mercati, il Medio Oriente si conferma dunque un crocevia decisivo per l’economia italiana: sia come sbocco commerciale sia come snodo energetico. E l’equilibrio tra queste due dimensioni sarà determinante per la tenuta della crescita nei prossimi mesi.



