Premessa
Nel triennio che va dalla fine della guerra al 1948 si formò l’architrave politico e istituzionale della Repubblica.
La priorità assoluta fu la pacificazione sociale dopo la frattura della guerra civile, dell’occupazione e del collasso dello Stato fascista. Il compromesso costituzionale nacque proprio dentro questa esigenza: impedire che il nuovo sistema politico riproducesse logiche di esclusione violenta e, al tempo stesso, evitare qualsiasi concentrazione del potere esecutivo che potesse evocare esperienze autoritarie recenti. La Costituzione repubblicana fu il prodotto di un equilibrio tra culture politiche diverse, ma riconducibili a un perimetro comune di legittimità democratica. In questo assetto un ruolo centrale fu svolto dalla Democrazia Cristiana, che divenne il perno della maggioranza di governo nel nuovo sistema repubblicano, mentre dall’altro lato si collocò il grande partito di opposizione, il Partito Comunista Italiano.
Sistema politico italiano non basato sull’alternanza
Il risultato non fu un sistema fondato sull’alternanza di governo, ma su una competizione politica che restò strutturalmente asimmetrica: un partito di massa stabilmente al governo e un grande partito stabilmente all’opposizione. Tuttavia entrambi furono riconosciuti come soggetti pienamente legittimi all’interno dell’ordine costituzionale. Dal punto di vista istituzionale, la Costituzione disegnò un Parlamento molto forte, un esecutivo strutturalmente debole, un sistema di pesi e contrappesi che privilegiò la rappresentanza e la mediazione. Questa impostazione riflesse una scelta consapevole: ridurre al minimo il rischio di un potere personale o di un governo troppo autonomo rispetto alle assemblee rappresentative. Sul piano internazionale, la collocazione dell’Italia nel campo occidentale e nel sistema delle democrazie liberali si accompagnò, sul piano interno, alla funzione di “argine” svolta dalla DC nel contesto della guerra fredda. L’equilibrio politico italiano fu quindi parte di un più ampio equilibrio geopolitico europeo, che restò sostanzialmente stabile fino al crollo del blocco socialista, simboleggiato dalla caduta del muro di Berlino.
Riflessione di Norberto Bobbio nel 1959 sui requisiti della democrazia.
In questo quadro si collocò anche la riflessione di Norberto Bobbio, esposta in modo particolarmente chiaro nella conferenza Quale democrazia? tenuta a Brescia nel 1959 su iniziativa dell’avvocato Stefano Bazoli antifascista, democristiano eletto nell’assemblea costituente e parlamentare nella legislatura dal 1948 al 1953. Bobbio smentiva che la democrazia consistesse nell’autogoverno del popolo attribuendo le scelte delle decisioni a delle minoranze – élites – costituite dalla classe politica a confronto tra loro. Bobbio ispirandosi alla “teoria delle élites” di Pareto indicò che il carattere democratico di queste élites era proceduralmente dato dal consenso popolare (legittimazione), dalla sua verifica a determinate scadenze elettorali (responsabilità) e infine dalla mobilità e sostituzione delle élites attraverso la loro democratica competizione, sempre attraverso il suffragio (alternanza). Bobbio infatti individuò tre condizioni essenziali – procedurali e pragmatiche, come fu il suo metodo – nella definizione della democrazia: la prima era costituita dalla possibilità di selezionare la classe dirigente attraverso elezioni libere (democrazia rappresentativa), la seconda era data dalla legittimazione periodica della classe dirigente cioè dalla sua conferma o meno nel tempo sempre attraverso le elezioni, la terza si concretava nella possibilità di alternanza tra classi dirigenti diverse.
Democrazia italiana “malaticcia ma non moribonda”
L’equilibrio del 1948 produsse una forma di democrazia peculiare. Non fu una democrazia fondata sull’alternanza, ma su un riconoscimento reciproco tra avversari che rimasero tali all’interno di uno spazio comune di legittimità costituzionale. È in questo senso che Bobbio definì la democrazia italiana una democrazia «malaticcia, ma non moribonda». Tale definizione non va letta come una condanna al sistema repubblicano, ma come una diagnosi storicamente situata. “Malaticcia”, perché privata di uno dei suoi meccanismi fisiologici – l’alternanza di governo –, non “moribonda”, perché un ipotetico contrasto tra la destra e la sinistra del tempo avrebbe portato ad una lotta disastrosa e deleteria data la loro radicale concezione della lotta politica (un rimedio peggiore in caso di alternanza tra queste due classi). Rimanevano – per compensazione – comunque pienamente operanti la competizione elettorale, il pluralismo dei partiti, la libertà di organizzazione politica e la possibilità di sostituire la classe dirigente almeno all’interno dell’area di governo. In effetti – come sappiamo bene – la Democrazia Cristiana fu “fisiologicamente” molto litigiosa e particolarmente dinamica al suo interno. Bobbio sottolineò altresì che il sistema proporzionale tendesse strutturalmente a ostacolare la formazione di un vero bipolarismo competitivo, mentre i sistemi uninominali o maggioritari faciliterebbero la costruzione di un’alternanza netta.
Norberto Bobbio “destra e la sinistra”:
importanza dell’alternanza al potere in democrazia
Tali argomenti furono ripresi dal filosofo anche nell’opera del 1994 “Destra e sinistra” particolarmente riuscita e molto studiata anche all’estero. Una curiosità interessante è che il filosofo, tornato a Brescia negli anni ’90, ricordò l’intervento del 1959 affermando che il quesito che dava il titolo alla conferenza “Quale democrazia?” era ancora più che mai attuale al tramonto della guerra fredda affermando testualmente: “Se dovessi ripeterlo (il titolo dell’intervento) quel punto interrogativo non lo toglierei. Ne potrei, se mai, aggiungere un altro”. Possiamo allora storiograficamente ipotizzare e sostenere che la Costituzione del 1948 abbia istituzionalizzato un compromesso nato per la pacificazione tra i due principali partiti di massa, stabilizzando la nazione a scapito di governi forti tuttavia garantendo inclusione politica, rappresentanza ampia, controllo tra poteri. Questo modello rispose perfettamente al problema storico immediato del dopoguerra: evitare nuove lacerazioni e impedire la concentrazione del potere. La debolezza dell’esecutivo, che oggi viene spesso letta come un difetto, nacque come una vera e propria garanzia costituzionale non essendo possibile un’alternanza normale alla classe dirigente del partito di governo.
Fino al termine della guerra fredda questo assetto funzionò perché fu coerente con un sistema internazionale bloccato e con la presenza, all’interno del sistema politico italiano, di un grande partito che, pur pienamente legittimato sul piano costituzionale, non fu ritenuto “governabile” sul piano degli equilibri internazionali.
La nostra Costituzione legata al periodo storico in cui fu redatta
In questo senso si può dire che la Costituzione repubblicana, almeno nella sua seconda parte, fu intimamente legata a un determinato mondo storico: quello dell’Europa divisa in blocchi. Dopo il 1990, con la fine di quell’ordine internazionale, si aprì una fase nuova. Anche in Italia comparve, seppur in modo incerto e incompleto, un tentativo di costruire un sistema politico bipolare. Tuttavia il quadro costituzionale restava sostanzialmente quello disegnato per una democrazia parlamentare a forte impronta proporzionale e consociativa. Da qui nacque una tensione che ha caratterizzato tutta la fase repubblicana più recente: una dinamica politica che aspirava all’alternanza e alla personalizzazione della leadership, ma che si muoveva dentro istituzioni pensate per un sistema fondato sulla mediazione permanente. È precisamente in questo quadro generale che si colloca oggi l’esigenza di adattare a queste nuove evenienze la Costituzione.
Celebrazione dell’ottantesimo anniversario:
l’eredità dei padri e delle madri costituenti
L’ottantesimo anniversario della fondazione della Repubblica, in questa prospettiva, non serve solo a celebrare la ricostruzione materiale e istituzionale compiuta dagli italiani nel secondo dopoguerra – che resta un risultato storico di straordinaria portata – ma a misurare la distanza tra una democrazia costruita per sopravvivere in un sistema bloccato e una democrazia che oggi può ambire a garantire un pieno e sicuro regime di alternanza tra coalizioni politiche di diversa estrazione. Non si tratterebbe di mettere in discussione principi fondamentali, né l’impianto dei diritti e delle libertà, piuttosto si tratta di interrogarsi sulla coerenza tra una società politica ormai abituata alla competizione bipolare attraverso una domanda crescente di responsabilità e di riconoscibilità del potere di governo. La Costituzione ha garantito stabilità, libertà, integrazione sociale e sviluppo in un contesto storicamente difficilissimo e proprio perché la Costituzione ha svolto fino in fondo il proprio compito storico, oggi è legittimo domandarsi se l’equilibrio istituzionale costruito per una democrazia senza alternanza sia ancora pienamente adeguato. In altri termini, la democrazia italiana non è più – o non è soltanto – la democrazia “malaticcia” descritta da Bobbio alla fine degli anni Cinquanta.
Verifica dell’attualità del dettato costituzionale
Il suo problema non è più quello della sopravvivenza in un sistema bloccato, ma quello della sua maturazione in un sistema che chiede governi più riconoscibili, più responsabili e politicamente sostituibili. La vera eredità del 1948, allora, non sta nell’intangibilità delle soluzioni istituzionali adottate in quel contesto, ma nella capacità – che fu propria dei costituenti – di leggere il proprio tempo storico. È proprio in questa fedeltà allo spirito, più che alla lettera dell’equilibrio originario, che oggi si colloca la riflessione sulla necessità di trovare soluzioni aderenti alla situazione storica attuale. In questa prospettiva, il riferimento all’Europa non è un semplice completamento del discorso, ma ne rappresenta oggi il presupposto politico decisivo. Per l’Italia non esiste più, realisticamente, un’alternativa strategica alla piena integrazione nell’Unione europea: non soltanto perché l’Europa costituisce il nostro naturale spazio economico e istituzionale, ma perché, in un mondo ormai strutturalmente multipolare, solo un soggetto europeo politicamente coeso può aspirare a essere un interlocutore reale e non marginale nello scenario globale. In assenza di una integrazione più profonda, i singoli Stati nazionali – Italia compresa – sono destinati a essere progressivamente schiacciati tra grandi potenze continentali. Per questo il problema della democrazia non può più essere pensato esclusivamente in termini nazionali: la pacificazione, l’inclusione e la qualità delle istituzioni devono essere ormai concepite anche come un orizzonte europeo condiviso. È qui che la lezione di Norberto Bobbio conserva una piena attualità: una democrazia matura è un insieme di regole procedurali ed il processo storico conseguente tende ad ampliare progressivamente l’eguaglianza e i diritti per i cittadini.
L’Italia e il processo di integrazione europea
Tale visione europeista fu anche quella, lucida e ostinata, di De Gasperi. Insieme alla scelta occidentale, essa rappresenta uno degli elementi più attuali della sua eredità. Egli immaginava un’Europa fondata anzitutto su una difesa comune e su una politica estera condivisa. La storia ha voluto che il processo di integrazione iniziasse invece dall’economia. Siamo tuttavia ancora in tempo per completare quel progetto, coordinando finalmente politica estera e difesa. Nel dibattito contemporaneo, come sottolineato da autorevoli statisti europei, è in gioco non soltanto la competitività dell’Europa, ma – secondo alcuni – persino la tenuta del suo modello politico e sociale. L’Italia potrebbe affrontare con maggiore serenità queste sfide se riuscisse ad abbandonare interpretazioni strumentali e divisive della propria storia e se sapesse valorizzare i sacrifici di chi ci ha preceduto, anche riconoscendo che, nel processo di costruzione democratica, furono inevitabilmente commessi errori che solo il “senno di poi” ha consentito di valutare pienamente.
Eredità della generazione uscita dalla guerra
alla costruzione ed al progresso dell’Italia
Con questa lunga – e speriamo non noiosa – rievocazione, abbiamo voluto lanciare un messaggio trasversale di pacificazione con la nostra storia e di recupero dello spirito della generazione che, uscita dalla guerra ha costruito una società che ha garantito per molto tempo pace e benessere. Se anche solo in parte fossimo riusciti in questo intento, potremo dirci soddisfatti di aver fatto rivivere lo slancio rigeneratore della classe politica del dopoguerra, che trovò nella figura di De Gasperi una sintesi straordinaria. Egli lavorò con tutte le sue energie perché l’Italia potesse rinascere come una moderna araba fenice. E, in larga misura, vi riuscì.
Nel congedarci col lettore – ringraziandolo per l’attenzione – ci auguriamo che l’esempio dello spirito costruttivo, l’anelito alla pace, la razionale e ingegneristica costruzione di un mondo nuovo, la fiduciosa speranza verso il futuro, che caratterizzò la generazione vissuta dopo la seconda guerra mondiale, funga da stimolo per le odierne classi dirigenti europee. Ci auguriamo che l’attuale classe dirigente sappia cogliere la lezione di chi ci ha preceduto indirizzando le proprie energie e risorse verso un progresso di pace prosperità e benessere, nello spirito universale della fratellanza fra i popoli, che fu la bandiera della quale De Gasperi fu rispettatissimo alfiere.
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