La decisione di Børge Brende di lasciare la guida del World Economic Forum arriva come un colpo secco in un’istituzione che fa della reputazione globale il suo capitale più prezioso.
L’annuncio, diffuso il 26 febbraio, segue le rivelazioni del Dipartimento di Giustizia statunitense che hanno riportato alla luce tre cene d’affari e una serie di scambi via email e messaggi tra Brende e Jeffrey Epstein, il finanziere condannato per reati sessuali e morto in carcere nel 2019.
Un rapporto che il WEF aveva già messo sotto la lente con un’indagine interna, ma che ora si è trasformato in un detonatore politico e mediatico. Bren
de, alla guida del Forum dal 2017 e figura centrale nella costruzione dell’immagine di Davos come crocevia del dialogo globale, ha parlato di una scelta “ponderata”, rivendicando gli otto anni e mezzo di lavoro alla testa dell’organizzazione. Ma la tempistica racconta altro: la pressione crescente, l’attenzione dell’opinione pubblica e la necessità per il WEF di proteggere la propria credibilità in un momento storico in cui élite e istituzioni internazionali sono osservate con sospetto.
La transizione sarà affidata ad Alois Zwinggi, nominato presidente e CEO ad interim, mentre il Board of Trustees supervisionerà la ricerca di una nuova leadership. Una mossa rapida, quasi chirurgica, per contenere l’impatto di una vicenda che rischia di alimentare ulteriori polemiche attorno al Forum, già spesso accusato di opacità e distanza dalle preoccupazioni dei cittadini comuni.
Il caso Brende si inserisce in un filone più ampio: negli ultimi anni, numerose personalità pubbliche sono finite sotto scrutinio per i propri rapporti, anche marginali, con Epstein. Ogni nuova rivelazione riapre un capitolo che molti speravano chiuso, ma che continua a produrre conseguenze politiche e reputazionali.


