Antonio Tejero Molina, l’ex colonnello della Guardia Civile che guidò il fallito colpo di stato del 23 febbraio 1981, è morto all’età di 93 anni. La sua figura resta una delle più controverse della storia recente spagnola: simbolo di un passato autoritario che tentò di riaffermarsi proprio mentre il Paese cercava di consolidare la giovane democrazia nata dopo la fine del franchismo. Tejero divenne il volto del golpe quando, pistola in mano, fece irruzione nel Congresso dei Deputati durante la votazione per l’investitura del nuovo governo, ordinando ai parlamentari di gettarsi a terra.
Le immagini, trasmesse in diretta, fecero il giro del mondo e segnarono un punto di non ritorno per la Spagna. Il tentativo di sovvertire l’ordine costituzionale fallì nel giro di poche ore, grazie alla ferma condanna del re Juan Carlos I, che intervenne in televisione per ribadire il sostegno alle istituzioni democratiche. Tejero fu arrestato, processato e condannato a trent’anni di carcere, anche se ne scontò solo una parte prima di ottenere la libertà condizionale.
Negli anni successivi non mostrò mai pentimento, continuando a difendere le sue azioni come un gesto “patriottico” volto a salvare la Spagna dal caos politico ed economico di quegli anni. La sua morte riapre un dibattito mai del tutto sopito sul peso della memoria storica e sulla fragilità della transizione democratica spagnola.
Per molti, Tejero rappresenta l’ultimo rigurgito di un’autorità militare nostalgica del regime; per altri, un personaggio marginale che la storia ha già relegato all’irrilevanza. Eppure, il suo nome resta indissolubilmente legato a uno dei momenti più drammatici e simbolici della Spagna contemporanea, un episodio che mise alla prova la tenuta delle istituzioni e che, paradossalmente, contribuì a rafforzare il percorso democratico del Paese. Con la sua scomparsa, si chiude un capitolo che continua a interrogare la Spagna sul rapporto tra passato autoritario e presente democratico.



