Alla vigilia dei colloqui indiretti Usa-Iran a Ginevra, la tensione resta altissima tra movimenti militari ed evacuazioni. Hezbollah ha fatto sapere che non interverrà in caso di attacchi statunitensi “limitati” contro Teheran, ma un colpo contro la Guida Suprema Ali Khamenei sarebbe una “linea rossa”.
Nel discorso sullo Stato dell’Unione, Donald Trump ha ribadito che “non permetterò mai all’Iran di avere l’arma nucleare” e che Teheran “ha già sviluppato missili che possono colpire l’Europa e gli Stati Uniti”, accusando inoltre il regime di aver causato 32 mila morti nelle proteste di gennaio.
Teheran replica parlando di “grandi bugie”, come scritto su X dal portavoce Esmail Baghaei, mentre le autorità iraniane riconoscono oltre 3 mila morti e attribuiscono le violenze ad “atti terroristici” sostenuti dall’estero; fonti indipendenti indicano cifre superiori.
Intanto il Tesoro Usa ha sanzionato oltre 30 tra individui, entità e imbarcazioni legate alla vendita illecita di petrolio e alla produzione di armi, colpendo la “flotta ombra” usata per esportare greggio.
“L’Iran sfrutta i sistemi finanziari per vendere petrolio illecito, riciclare i proventi, procurarsi componenti per i suoi programmi di armi nucleari e sostenere i suoi gruppi terroristici”, ha dichiarato il segretario Scott Bessent, promettendo “la massima pressione”.
Ginevra, “opportunità storica”
Il ministro degli Esteri Abbas Aragchi è partito per Ginevra affermando che l’Iran si presenta “con la ferma determinazione di giungere nel più breve tempo possibile a un accordo equo e giusto” e parlando di “un’opportunità storica”. Il presidente Masoud Pezeshkian ha evocato “buone prospettive per i colloqui” per superare lo stallo del “né guerra, né pace”.
Il vice ministro Majid Takht-Ravanchi ha avvertito che un attacco americano sarebbe “una vera e propria scommessa ad alto rischio”. Da Roma, Antonio Tajani ha auspicato che “possa vincere la diplomazia” e che, se Teheran rinuncerà alla bomba, “non ci sarà l’attacco americano”.
300 velivoli Usa nella regione
Sul terreno, intanto, cresce il dispositivo militare. Secondo fonti israeliane, oltre 300 velivoli Usa sono dispiegati in Medio Oriente, inclusi 12 caccia stealth F-22 trasferiti in una base in Israele, movimento confermato da un funzionario americano. La Nato avrebbe intensificato i voli Awacs dalla base turca di Konya verso l’area iraniana.
Il Dipartimento di Stato ha confermato l’evacuazione del personale non essenziale dall’ambasciata Usa a Beirut: circa 40 tra dipendenti e familiari hanno lasciato il Libano, mentre la sede resta operativa. “Misura temporanea volta a garantire la sicurezza del nostro personale”, ha spiegato un alto funzionario.
La Germania ha invitato i cittadini in Israele a fare scorta di provviste in vista di una possibile chiusura dello spazio aereo. L’Australia ha raccomandato ai familiari dei funzionari in Israele, Giordania, Qatar, Emirati Arabi Uniti e Libano di lasciare la regione, definita “instabile”.
La Turchia ha aggiornato i piani per un eventuale afflusso di rifugiati dall’Iran, ma ha smentito ipotesi di incursioni, parlando di “disinformazione”.
Proteste e scontri a Teheran
Sul fronte interno, le università restano epicentro delle proteste: per il quinto giorno consecutivo sit-in a Teheran, Mashhad e Isfahan. Il ministro della Scienza Hossein Simayi ha minacciato la chiusura degli atenei e il ritorno alla didattica a distanza in caso di “caos”.
Almeno 180 studenti avrebbero ricevuto notifiche disciplinari che ne impediscono temporaneamente l’accesso. È stata arrestata la giornalista Elaheh Mohammadi, nota per aver raccontato la morte di Mahsa Amini nel 2022.
Lunedì, secondo fonti concordanti, almeno 100 membri dei Mojahedin del Popolo sono stati uccisi o arrestati negli scontri con i Pasdaran nei pressi del complesso Motahari, vicino al quartier generale della Guida Suprema. Il gruppo di opposizione parla di perdite “pesanti” anche tra le forze filo-governative.



