De Gasperi e Togliatti: due partiti di massa e la costruzione della Repubblica
Nel processo di ricostruzione politica e istituzionale dell’Italia dopo la caduta del fascismo, il rapporto tra Alcide De Gasperi e Palmiro Togliatti occupa una posizione centrale. Essi furono i principali leader dei due più grandi partiti di massa della nuova Italia repubblicana – la Democrazia cristiana e il Partito comunista italiano – e, al tempo stesso, i protagonisti di una fase nella quale la competizione politica si intrecciò con l’esigenza prioritaria di consolidare lo Stato e le sue istituzioni democratiche. Il loro rapporto non può essere interpretato come una semplice intesa personale né come una forma di collaborazione ideologica. Esso va piuttosto compreso come una relazione politica tra due avversari strategici, entrambi consapevoli che la sopravvivenza stessa della democrazia italiana dipendeva dalla capacità di incanalare il conflitto sociale e politico all’interno di regole condivise.
Due leader, due culture politiche, due biografie
De Gasperi e Togliatti provenivano da tradizioni culturali e politiche profondamente diverse. Il primo era espressione del cattolicesimo democratico e della tradizione popolare, il secondo del comunismo di matrice marxista-leninista. Anche le loro esperienze biografiche avevano seguito percorsi differenti: De Gasperi aveva conosciuto l’emarginazione politica e la marginalità durante il fascismo; Togliatti aveva vissuto a lungo nell’esilio e nella direzione internazionale del movimento comunista. Nonostante tali differenze, entrambi appartenevano a una generazione di dirigenti politici formatisi prima dell’avvento del regime fascista e segnati dall’esperienza della crisi dello Stato liberale. Questa comune appartenenza generazionale contribuì a creare una reciproca percezione di serietà e affidabilità politica, che costituì una premessa fondamentale per il dialogo istituzionale del dopoguerra.
La collaborazione nella fase della transizione (1944-1947)
Il terreno principale sul quale si sviluppò il rapporto tra De Gasperi e Togliatti fu la fase di transizione che va dalla cosiddetta “svolta di Salerno” del 1944 alla rottura dell’unità antifascista nel 1947. In questa fase entrambi parteciparono ai governi di unità nazionale e contribuirono direttamente alla ricostruzione dello Stato. La collaborazione non riguardò soltanto la gestione dell’emergenza, ma investì nodi fondamentali della nuova architettura istituzionale: la forma dello Stato, il rapporto tra poteri, la funzione dei partiti, il ruolo del Parlamento. Il loro rapporto si collocò dunque soprattutto sul piano costituente, più che su quello della politica di governo in senso stretto.
L’amnistia e la politica della pacificazione
Un momento emblematico di questa convergenza fu rappresentato dall’amnistia del 1946, promossa da Togliatti come ministro della Giustizia e sostenuta politicamente dal presidente del Consiglio De Gasperi. L’amnistia non fu soltanto una misura giuridica, ma una scelta di indirizzo politico generale: essa mirava a chiudere la fase della resa dei conti e a impedire che la transizione dal fascismo alla democrazia si trasformasse in un conflitto permanente. In questo senso, De Gasperi e Togliatti condivisero una stessa valutazione di fondo: la ricostruzione dello Stato richiedeva una politica di pacificazione, capace di contenere le tensioni generate dalla guerra civile e dalla lotta di liberazione. La differenza delle rispettive culture politiche non impedì una convergenza sulla necessità di garantire la continuità amministrativa e la stabilità istituzionale.
I partiti di massa come strumenti di integrazione
Il rapporto tra De Gasperi e Togliatti va compreso anche alla luce della natura dei partiti da essi guidati. Sia la Democrazia cristiana sia il Partito comunista italiano furono partiti di massa, profondamente radicati nella società, capaci di organizzare e rappresentare milioni di cittadini. In un paese attraversato da fortissime tensioni sociali, la funzione di tali partiti non si limitò alla competizione elettorale. Essi svolsero anche un ruolo di integrazione politica e di canalizzazione del conflitto. In particolare, il PCI di Togliatti assunse, nel primo dopoguerra, una funzione di contenimento delle spinte più radicali presenti nel movimento operaio e partigiano, orientando la mobilitazione verso obiettivi compatibili con il quadro istituzionale repubblicano. Parallelamente, la Democrazia cristiana di De Gasperi si propose come grande partito di governo capace di garantire rappresentanza politica a vasti settori popolari, sottraendoli sia alla marginalizzazione sia a possibili derive estremistiche.
La Costituzione come terreno comune
Il momento di massima convergenza politica tra De Gasperi e Togliatti fu rappresentato dal lavoro dell’Assemblea costituente. La Costituzione repubblicana nacque come risultato di un compromesso tra culture politiche diverse, ma anche come strumento condiviso per la regolazione pacifica del conflitto. Entrambi riconobbero nella Costituzione il quadro entro il quale la futura competizione politica avrebbe dovuto svolgersi. In tal modo, la contrapposizione tra democrazia cristiana e comunismo venne esplicitamente ricondotta all’interno delle regole democratiche, evitando che il confronto assumesse una dimensione di rottura dell’ordine statale.
La rottura del 1947 e la persistenza del dialogo istituzionale
L’uscita delle sinistre dal governo nel maggio 1947 segnò una frattura politica di grande rilievo. Essa non implicò tuttavia una delegittimazione reciproca delle principali forze politiche né una messa in discussione del quadro costituzionale. Pur collocandosi su fronti contrapposti, De Gasperi e Togliatti continuarono a riconoscersi come interlocutori istituzionali legittimi. La conflittualità si spostò sul terreno della competizione parlamentare e elettorale, senza assumere forme di scontro frontale con lo Stato repubblicano. Questo dato risulta particolarmente evidente nel comportamento tenuto dal Partito comunista italiano dopo la rottura dell’unità governativa, quando la linea politica di Togliatti rimase coerentemente orientata alla difesa delle istituzioni repubblicane.
Il 14 luglio 1948 e la conferma della scelta istituzionale
L’attentato a Togliatti del 14 luglio 1948 rappresentò uno dei momenti di massimo rischio per la stabilità della giovane Repubblica. Le manifestazioni spontanee, gli scioperi e gli scontri che seguirono all’attentato fecero temere una possibile degenerazione del conflitto politico. In tale circostanza, la decisione di Togliatti di invitare i propri compagni alla calma e al rientro nell’alveo della legalità repubblicana costituì una conferma decisiva della linea perseguita fin dal 1944. Tale scelta non fu soltanto un gesto personale, ma un atto politico di grande rilievo istituzionale, che contribuì in modo diretto alla tenuta dello Stato. La funzione svolta dal PCI in quella fase, come grande partito di massa disciplinato e integrato nel sistema politico, si rivelò decisiva per evitare una crisi irreversibile.
Avversari sul progetto politico, convergenti sulla forma dello Stato
Il rapporto tra De Gasperi e Togliatti fu dunque caratterizzato da una contraddizione strutturale. Essi erano portatori di progetti profondamente diversi sul futuro economico, sociale e internazionale dell’Italia. Tuttavia, condivisero una stessa concezione della forma della lotta politica. Entrambi riconobbero che il confronto tra modelli alternativi di società doveva svolgersi all’interno dello Stato repubblicano e non contro di esso. La loro convergenza non riguardò il contenuto delle politiche, ma le regole del gioco. De Gasperi e Togliatti rappresentarono, nella fase fondativa della Repubblica, due poli alternativi di rappresentanza di massa, capaci di mobilitare e organizzare ampi settori della società italiana.
Proprio questa natura di grandi partiti popolari conferì al loro rapporto una rilevanza sistemica. Essi furono avversari sul piano della direzione politica del paese, ma contribuirono insieme alla costruzione delle condizioni minime di funzionamento della democrazia repubblicana. La stabilità istituzionale dell’Italia nel passaggio dal fascismo alla Repubblica fu resa possibile anche dalla capacità dei due principali leader di trasformare un conflitto potenzialmente distruttivo in una competizione regolata. Questo rapporto tra due grandi partiti di massa costituisce il presupposto indispensabile per comprendere, come si vedrà nel capitolo successivo, il modo in cui la politica italiana si adattò ai vincoli imposti dal nuovo assetto internazionale e dall’inserimento dell’Italia nel sistema bipolare.
Stati Uniti, Unione Sovietica e potenze alleate nella formazione dell’Italia del dopoguerra
Il rapporto tra Alcide De Gasperi e Palmiro Togliatti, analizzato precedentemente, mostra come la classe dirigente italiana del secondo dopoguerra riuscì a costruire un terreno comune di convivenza istituzionale pur nella radicale opposizione ideologica. Tuttavia, quella capacità di compromesso e di contenimento del conflitto non può essere compresa pienamente se la si osserva soltanto sul piano interno.
La nascita della Repubblica italiana avvenne infatti entro un quadro internazionale fortemente vincolante, determinato dalla sconfitta militare dell’Italia, dall’occupazione alleata e dall’emergere del nuovo sistema bipolare tra Stati Uniti e Unione Sovietica. La stabilità politica costruita tra il 1944 e il 1948 fu quindi il prodotto di una duplice dinamica: da un lato la volontà delle principali forze politiche italiane di evitare una nuova frattura civile, dall’altro la necessità di adattarsi ai rapporti di forza internazionali fissati dalle potenze vincitrici.
L’Italia come paese sconfitto e occupato
All’atto della caduta del fascismo e dell’armistizio del settembre 1943, l’Italia non si trovò nella condizione di un paese liberato, ma in quella di uno Stato sconfitto e sottoposto al controllo militare degli Alleati. Nei territori via via liberati operò un’amministrazione militare alleata che limitava di fatto la sovranità del governo italiano. Anche dopo la formazione dei governi di unità nazionale, la libertà di manovra delle autorità politiche italiane restò condizionata dalla presenza militare anglo-americana e dalle decisioni delle potenze vincitrici. La ricostruzione istituzionale dello Stato repubblicano si sviluppò dunque sin dall’inizio in una situazione di sovranità ridotta.Questo dato strutturale costituisce lo sfondo indispensabile per comprendere tanto l’azione di De Gasperi quanto quella di Togliatti.
L’influenza degli Stati Uniti e la scelta occidentale
Nel nuovo ordine internazionale emerso dalla guerra, gli Stati Uniti assunsero un ruolo determinante nel Mediterraneo e in Europa occidentale. Per Washington l’Italia rappresentava un paese strategico, sia per la sua collocazione geografica, sia per la forza del movimento comunista. Il sostegno americano alla ricostruzione economica italiana culminò nel 1947 con l’adesione al Piano Marshall. Tale scelta, tuttavia, non ebbe soltanto un significato economico, ma segnò una collocazione politica e internazionale irreversibile.
L’inserimento dell’Italia nel sistema occidentale comportò anche un profondo riflesso sugli equilibri interni, favorendo l’uscita delle forze comuniste e socialiste dal governo. In questo quadro, De Gasperi appare come il principale interprete di una linea di politica estera che mirava a garantire la sopravvivenza e la stabilità dello Stato repubblicano attraverso un saldo ancoraggio agli Stati Uniti. La sua politica non fu semplicemente una scelta ideologica, ma una risposta a un contesto nel quale la ricostruzione materiale, finanziaria e istituzionale del paese dipendeva in larga misura dal sostegno occidentale.
L’Unione Sovietica e il ruolo indiretto nella politica italiana
Diversa, ma non meno rilevante, fu l’influenza dell’Unione Sovietica. L’URSS non esercitò in Italia un controllo diretto paragonabile a quello instaurato nei paesi dell’Europa orientale. Tuttavia essa rappresentò il principale punto di riferimento politico e simbolico del Partito comunista italiano. La presenza di un forte partito comunista di massa, legato culturalmente e ideologicamente al mondo sovietico, costituiva un elemento centrale nello scenario politico italiano. Al tempo stesso, la consapevolezza che l’Italia rientrava stabilmente nella sfera di influenza occidentale incise profondamente sulla strategia di Palmiro Togliatti.
La scelta togliattiana della “via italiana al socialismo” e della piena accettazione del quadro costituzionale non può essere interpretata esclusivamente come una scelta ideale o teorica, ma anche come il risultato di un realismo politico fondato sulla consapevolezza dei rapporti di forza internazionali. In un paese collocato nel campo occidentale, qualsiasi ipotesi di rottura rivoluzionaria avrebbe comportato un isolamento internazionale e un probabile intervento esterno.
Il vincolo internazionale e le questioni territoriali
La limitata sovranità dell’Italia del dopoguerra emerse in modo particolarmente evidente nella definizione delle questioni territoriali. L’accordo De Gasperi–Gruber del 1946, relativo all’autonomia dell’Alto Adige, fu stipulato in un contesto nel quale l’Italia si trovava in una posizione negoziale debole. La tutela delle minoranze di lingua tedesca e l’interesse dell’Austria furono sostenuti dalle potenze vincitrici, e il governo italiano dovette accettare un compromesso volto soprattutto a evitare l’internazionalizzazione della controversia. Ancora più emblematico fu il caso di Trieste.
La creazione del Territorio Libero di Trieste e la sua amministrazione da parte delle potenze alleate mostrarono in modo concreto come la fine della guerra non avesse restituito immediatamente all’Italia la piena disponibilità dei propri confini. Solo nel 1954, con il Memorandum di Londra, Trieste tornò sotto sovranità italiana e solo nel 1975 si ebbe il definitivo riconoscimento internazionale del passaggio all’Italia.Questi casi dimostrano come la definizione stessa del territorio nazionale della Repubblica fu condizionata dalle decisioni delle grandi potenze.
La Costituzione repubblicana nel quadro internazionale
Anche il processo costituente si svolse all’interno di questo scenario. La Costituzione italiana nacque come espressione di un compromesso tra culture politiche profondamente diverse, ma essa risultò anche compatibile con l’assetto internazionale dell’Europa occidentale. L’assetto pluralista, il sistema delle garanzie, la centralità del Parlamento e il riconoscimento dei diritti fondamentali contribuirono a rendere la nuova Repubblica uno Stato affidabile agli occhi degli alleati occidentali e, al tempo stesso, un ordinamento sufficientemente inclusivo da permettere l’integrazione delle grandi forze popolari, compreso il Partito comunista. La funzione stabilizzatrice della Costituzione non fu dunque soltanto interna, ma anche esterna: essa favorì l’inserimento dell’Italia nel nuovo equilibrio internazionale senza escludere una parte significativa della società.
Il vincolo internazionale e il rapporto De Gasperi–Togliatti
È in questo contesto che il rapporto tra De Gasperi e Togliatti assume il suo significato più profondo. La loro collaborazione nella fase costituente, il sostegno comune alla pacificazione istituzionale e il rifiuto della logica insurrezionale non furono soltanto il frutto di una convergenza morale o di una cultura politica condivisa. Essi operarono, ciascuno dal proprio campo, entro uno spazio di manovra definito dall’assetto internazionale.
De Gasperi, consapevole della collocazione occidentale dell’Italia e della dipendenza economica e politica dagli Stati Uniti, perseguì una linea di stabilizzazione che mirava a rendere irreversibile l’inserimento del paese nel blocco occidentale. Togliatti, consapevole dell’impossibilità di una rottura rivoluzionaria in un paese controllato dagli Alleati e destinato all’alleanza atlantica, scelse di trasformare il Partito comunista in una grande forza di massa radicata nelle istituzioni repubblicane. In questo senso, la loro convergenza sulla difesa dell’ordine costituzionale appare come una forma di realismo politico condiviso, prima ancora che come una sintesi ideologica.
Conclusione
La nascita della Repubblica italiana fu il risultato di una combinazione complessa tra dinamiche interne e vincoli esterni. La classe dirigente del dopoguerra, rappresentata emblematicamente da De Gasperi e Togliatti, agì in un contesto nel quale la sovranità nazionale era limitata e condizionata dalle potenze vincitrici e dal nuovo equilibrio bipolare. La stabilità dell’Italia repubblicana non derivò soltanto dalla qualità del compromesso politico interno, ma anche dalla capacità dei principali leader di adattare i propri progetti politici ai rapporti di forza internazionali.
L’intesa implicita tra avversari, che caratterizzò la fase costituente, può essere compresa pienamente solo riconoscendo che il conflitto tra i diversi modelli di società venne consapevolmente ricondotto entro i limiti imposti dalla nuova configurazione dell’ordine mondiale. In questo senso, il rapporto tra De Gasperi e Togliatti rappresenta uno degli esempi più chiari di come la costruzione della democrazia italiana sia stata il prodotto non di una piena libertà di scelta, ma di una politica nazionale esercitata all’interno di un vincolo internazionale strutturale. (9 – continua)



