Mentre nel Mediterraneo orientale si rafforza il dispositivo militare americano e Teheran avverte che “non esiste un attacco limitato”, Stati Uniti e Iran si preparano a tornare al tavolo. Il prossimo ciclo di negoziati è previsto giovedì a Ginevra. Ali Larijani, segretario del Consiglio supremo per la sicurezza nazionale iraniano, è atteso a Muscat con la risposta ufficiale sul dossier nucleare, anche se il portavoce del ministero degli Esteri Esmail Baghaei ha dichiarato di “non avere informazioni” sul viaggio.
Secondo indiscrezioni diplomatiche, Teheran sarebbe pronta a discutere concessioni sul programma nucleare in cambio della revoca delle sanzioni e del riconoscimento del diritto all’arricchimento per fini civili. Tra le ipotesi, l’invio all’estero di parte dell’uranio altamente arricchito, la diluizione del resto e la creazione di un consorzio regionale. In cambio, l’Iran chiederebbe la fine delle restrizioni economiche e l’accesso delle imprese americane ai grandi progetti energetici. Sul piano militare, intanto, avrebbe rafforzato la cooperazione con Mosca con un accordo per sistemi missilistici e munizioni.
Avvertimenti da Teheran
Il linguaggio ufficiale resta duro. “Non esiste un attacco limitato. Un atto di aggressione sarà considerato un atto di aggressione. Punto”, ha detto Baghaei replicando al presidente americano Donald Trump, che nei giorni scorsi aveva affermato di stare “considerando” un’azione militare in assenza di un’intesa rapida. Alla Conferenza sul Disarmo a Ginevra, il viceministro Kazem Gharibabadi ha avvertito che “le conseguenze di qualsiasi ulteriore aggressione non sarebbero limitate a un singolo Paese” e che la responsabilità ricadrebbe su chi la avviasse o sostenesse.
Teheran ha inoltre designato come “organizzazioni terroristiche” le forze navali e aeree dei Paesi dell’Ue dopo l’inserimento dei pasdaran nella lista nera europea. “D’ora in poi, la presenza delle forze militari dei 27 Stati membri dell’Ue nella nostra regione periferica e nel Golfo Persico sarà vista in modo diverso”, ha dichiarato Baghaei, definendo la decisione “illegale e ingiustificata”.
Movimenti militari e evacuazioni
La portaerei statunitense USS Gerald Ford, con una dozzina di cacciatorpediniere, si trova nell’area di Creta ed è segnalata in avvicinamento verso il Levante. Il dispiegamento rientra in un rafforzamento più ampio avviato nelle ultime settimane. Secondo monitoraggi open source, da metà febbraio oltre 85 aerocisterne e più di 170 aerei cargo militari si sono diretti verso il Medio Oriente. Velivoli americani da trasporto e rifornimento sono stati avvistati anche all’aeroporto Ben Gurion di Tel Aviv. L’ambasciata statunitense a Beirut avrebbe evacuato personale non essenziale “in via precauzionale”. L’India ha invitato i circa 10.000 cittadini presenti in Iran a lasciare il Paese “con ogni mezzo possibile”, raccomandando cautela ed evitando manifestazioni.
I mercati reagiscono all’incertezza: il Brent è risalito sopra i 70 dollari al barile, mentre cresce il timore di ripercussioni sul traffico nello Stretto di Hormuz, snodo da cui transita circa un quinto del petrolio mondiale. Fonti americane riferiscono che il segretario di Stato Marco Rubio potrebbe rinviare la visita prevista in Israele.
Pressioni israeliane e timori europei
A Gerusalemme, il premier ha parlato di “giorni molto difficili e complessi” assicurando che Israele è “preparato a ogni scenario” e che “l’alleanza con gli Stati Uniti non è mai stata così stretta”. Il leader dell’opposizione Yair Lapid ha chiesto di colpire l’Iran “con tutta la forza, inclusi gli impianti petroliferi e energetici, anche al prezzo di uno scontro cauto con gli Stati Uniti”, aggiungendo che in caso di escalation “metteremo tutto da parte”. Secondo la stampa israeliana, Washington valuterebbe un’intesa in più fasi: prima il nodo nucleare, poi missili balistici e sostegno ai gruppi armati.
L’Alta rappresentante Ue Kaja Kallas ha definito la situazione “molto intensa” e ha ribadito che “non abbiamo bisogno di un’altra guerra in questa regione”. “Dovremmo usare questo tempo per trovare una soluzione diplomatica”, ha detto, ricordando che le preoccupazioni europee riguardano nucleare, missili e attività regionali iraniane.Fonti di sicurezza occidentali segnalano infine un aumento di attività dei proxy iraniani, con il timore che, in caso di attacco su larga scala, possano essere colpiti obiettivi statunitensi in Europa e Medio Oriente.



