Era il 12 febbraio 1980 quando Vittorio Bachelet venne assassinato all’Università La Sapienza di Roma, al termine di una lezione. A commettere l’omicidio fu un commando delle Brigate Rosse che lo colpì nei corridoi della facoltà di Scienze politiche, davanti agli studenti attoniti.

Era un periodo, quello, in cui l’Italia attraversava uno dei passaggi più drammatici della propria storia repubblicana e quell’omicidio segnò un attacco diretto a un rappresentante delle istituzioni che aveva fatto della fedeltà alla Costituzione il perno del proprio impegno. E ieri, a cento anni dalla nascita del giurista, la Repubblica ne ha ricordato la figura e il lascito. In un messaggio diffuso per l’anniversario Sergio Mattarella ha reso omaggio al contributo civico e culturale di Bachelet e ha sottolineato come seppe coniugare la dedizione alla conoscenza e alla ricerca con una partecipazione attiva nella società. Non solo accademico, ma protagonista della vita associativa e istituzionale, capace di tenere insieme studio e responsabilità pubblica.

Il Capo dello Stato ha richiamato le esperienze maturate dapprima nella Federazione Universitaria Cattolica Italiana e successivamente nell’Azione Cattolica, ambiti nei quali Bachelet operò per valorizzare la presenza dei laici nella Chiesa in coerenza con gli orientamenti del Concilio Vaticano II. Un percorso che si sviluppò in anni contrassegnati da conflittualità e violenze politiche, contesto nel quale il suo metodo improntato al confronto e alla conciliazione risultò particolarmente impegnativo.
Democrazia e pluralismo
Secondo Mattarella Bachelet interpretò i ruoli ricoperti nelle istituzioni e nell’associazionismo in linea con gli ideali di democrazia e pluralismo che ne avevano accompagnato la vita. Nel dialogo vedeva una fonte di arricchimento collettivo e uno strumento essenziale per la tutela del bene comune. Non un atteggiamento tattico, ma una convinzione radicata, che orientò le sue scelte anche nei momenti di maggiore tensione. Quella impostazione trovò una delle prove più delicate quando, nel 1976, fu nominato vicepresidente del Consiglio superiore della magistratura.

In una fase segnata dall’offensiva del terrorismo contro magistrati e uomini dello Stato, Bachelet operò affinché fosse l’ordinamento democratico a sconfiggere la minaccia alla convivenza civile. Sostenne che non fosse necessario ricorrere a misure straordinarie, ma che si dovesse fare leva sui principi costituzionali che regolano la funzione giurisdizionale, nella convinzione che la forza dello Stato risiedesse nella coerenza con le proprie regole.
L’agguato del 12 febbraio 1980 interruppe la sua attività di docente, svolta con continuità e considerata parte integrante del servizio al Paese. Aveva formato generazioni di studenti, convinto che la cultura rappresentasse uno strumento efficace contro ogni forma di sopraffazione. L’omicidio colpì non solo un uomo delle istituzioni, ma anche un professore che vedeva nell’insegnamento un presidio civile.
La gratitudine
Nel ricordarlo Mattarella ha espresso la gratitudine della Repubblica per l’opera e l’esempio lasciati, indicando nella coerenza tra pensiero e azione uno degli elementi centrali della sua figura. Il richiamo alla sua vicenda personale, nel centenario della nascita, assume il valore di una riflessione sul rapporto tra legalità e libertà, tra conflitto e responsabilità istituzionale.

Un messaggio è arrivato anche dalla Segretaria del Partito democratico, Elly Schlein, che ha ricordato Bachelet come intellettuale e uomo delle istituzioni, vicepresidente del Csm ucciso per il suo impegno in difesa della democrazia e della Costituzione. Pagò con la vita, ha sottolineato, la scelta di non far venir meno la dedizione al bene comune.



