Le memorie di Gisèle Pelicot, appena pubblicate in Francia, hanno aperto una ferita profonda nel dibattito pubblico, raccontando un decennio di abusi subiti dal marito e da oltre cinquanta uomini. Il libro, che unisce testimonianza personale e denuncia sociale, ha immediatamente attirato l’attenzione dei media e delle associazioni per i diritti delle donne, diventando un caso nazionale. Pelicot, oggi cinquantenne, ricostruisce con lucidità e dolore gli anni in cui è rimasta intrappolata in una spirale di violenza fisica, psicologica e sessuale, descrivendo un sistema di controllo che l’ha isolata dalla famiglia, dagli amici e da qualsiasi forma di sostegno esterno. Il racconto non si limita alla dimensione privata. Pelicot denuncia un contesto sociale e istituzionale che, a suo dire, non ha saputo riconoscere i segnali di pericolo né intervenire quando avrebbe potuto farlo. Nel libro emergono episodi in cui medici, vicini e persino insegnanti dei figli avrebbero notato comportamenti sospetti senza però tradurli in segnalazioni formali. Una mancanza di reazione che, secondo l’autrice, ha contribuito a prolungare gli abusi e a rafforzare il potere del marito, descritto come manipolatore e capace di costruire attorno a lei una rete di uomini coinvolti nelle violenze. La pubblicazione ha riacceso il dibattito sulla violenza domestica e sulle difficoltà che molte vittime incontrano nel denunciare. Le associazioni femministe parlano di un caso emblematico, che mostra come la violenza di genere possa assumere forme collettive e sistemiche, ben oltre la dinamica della coppia. Alcuni esperti sottolineano che il libro mette in luce un fenomeno ancora poco studiato: la capacità di alcuni abusanti di coinvolgere terzi, sfruttando vulnerabilità, ricatti o dinamiche di gruppo. Le autorità francesi hanno evitato commenti diretti sul caso, ricordando che eventuali procedimenti giudiziari devono seguire il loro corso.



