Il primo ministro australiano Anthony Albanese ha dichiarato che il governo non fornirà alcun sostegno per il rimpatrio dei parenti di combattenti dell’ISIS attualmente detenuti nel campo siriano di al‑Hol, una posizione che riaccende il dibattito nazionale sulla gestione dei cittadini legati allo Stato Islamico. La dichiarazione arriva dopo settimane di pressioni da parte di organizzazioni umanitarie e familiari, che chiedono il rientro di donne e bambini australiani bloccati in condizioni estremamente difficili. Albanese ha però ribadito che la priorità del governo resta la sicurezza nazionale e che non verranno intraprese operazioni di recupero. Il campo di al‑Hol, nel nord‑est della Siria, ospita decine di migliaia di persone, molte delle quali familiari di miliziani dell’ISIS. Le condizioni sono spesso descritte come precarie, con carenze di cibo, assistenza sanitaria e sicurezza interna. Diversi Paesi occidentali hanno avviato negli ultimi anni programmi di rimpatrio selettivo, soprattutto per i minori, ma Canberra mantiene una linea più rigida, sostenendo che ogni operazione comporterebbe rischi significativi e richiederebbe una complessa cooperazione internazionale. Le parole di Albanese hanno suscitato reazioni contrastanti. Le associazioni per i diritti umani accusano il governo di abbandonare cittadini vulnerabili, ricordando che molti dei bambini detenuti non hanno alcuna responsabilità nelle scelte dei genitori. Alcuni esperti di sicurezza, invece, sostengono la posizione del primo ministro, affermando che il rimpatrio potrebbe creare difficoltà nella gestione giudiziaria e nel monitoraggio di individui potenzialmente radicalizzati. Il governo insiste che la situazione viene monitorata e che eventuali cambiamenti dipenderanno dall’evoluzione delle condizioni sul terreno e dalle valutazioni delle agenzie di intelligence. Per ora, però, la linea è chiara: nessun intervento, nessun rimpatrio.



