L’amministrazione Trump ha revocato la norma che da quasi vent’anni costituiva la base legale per le politiche federali contro il cambiamento climatico. Si tratta della cosiddetta “endangerment finding”, introdotta nel 2009 dall’Agenzia per la protezione ambientale (EPA), che riconosceva i gas serra come una minaccia per la salute pubblica e autorizzava il governo a limitarne le emissioni.
La sua abrogazione, annunciata dal presidente e dal direttore dell’EPA Lee Zeldin, rappresenta uno dei più radicali smantellamenti normativi mai attuati in materia ambientale negli Stati Uniti. Secondo la Casa Bianca, la decisione rientra in una più ampia strategia di “deregulation” volta a rilanciare l’industria energetica nazionale, in particolare il carbone e il gas naturale. Ma per ambientalisti, scienziati e giuristi si tratta di un colpo durissimo alla capacità del governo di affrontare la crisi climatica.
Senza la “endangerment finding”, l’EPA perde il fondamento giuridico per imporre limiti alle emissioni, e con esso decade l’obbligo di rispettare standard nazionali per centrali elettriche, veicoli e impianti industriali. La mossa arriva dopo il ritiro dagli Accordi di Parigi, la censura interna di termini come “energia pulita” e “riscaldamento globale” nei documenti ufficiali, e la denuncia della green economy come “imbroglio ideologico”. Ora, con la revoca della norma del 2009, l’amministrazione Trump compie un ulteriore passo verso il disarmo normativo in materia climatica, lasciando agli Stati e alle iniziative private il compito di contenere le emissioni.
Gli effetti potrebbero essere dirompenti: sul piano interno, il Pentagono potrebbe essere costretto ad acquistare energia da centrali a carbone; su quello internazionale, gli Stati Uniti rischiano di perdere credibilità nei negoziati globali sulla decarbonizzazione. Per molti osservatori, si tratta di “una delle decisioni più dannose della storia moderna”.



