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Benjamin Netanyahu Primo Ministro Israele, Donald Trump Presidente Usa

Trump incontra Netanyahu a porte chiuse: Iran e “Board of Peace” al centro

Il presidente Usa: confronto “costruttivo”, ma “nulla di definitivo” su Teheran. Raid nella Striscia, case demolite in Cisgiordania. Francia e Germania chiedono le dimissioni della relatrice Onu Albanese
venerdì, 13 Febbraio 2026
2 minuti di lettura

Donald Trump ha ricevuto Benjamin Netanyahu alla Casa Bianca in un colloquio riservato che ha riportato al centro il dossier iraniano e il nuovo “Board of Peace” promosso da Washington per la fase post-bellica a Gaza. Secondo fonti americane, il presidente ha ribadito la linea negoziale con Teheran: limitare l’arricchimento dell’uranio e prevenire un’escalation regionale. Netanyahu, pur mantenendo una posizione di forte diffidenza verso la Repubblica islamica, ha formalizzato l’adesione di Israele al Board insieme al segretario di Stato Marco Rubio. Per Washington si tratta di un equilibrio delicato: tentare un dialogo sul nucleare senza incrinare l’asse con Tel Aviv. Al termine del colloquio non sono stati annunciati accordi vincolanti né rilasciate dichiarazioni congiunte. Trump ha parlato di un confronto “costruttivo”, ma ha precisato che sulla strategia verso Teheran “non è stato deciso nulla di definitivo”. Da Teheran il ministro degli Esteri Abbas Araghchi ha parlato di possibile accordo, ma solo a condizioni “eque e bilanciate”, escludendo concessioni unilaterali e respingendo l’ipotesi di includere il programma missilistico balistico nei negoziati. Una linea che trova sponda anche in ambienti diplomatici regionali.

Il Board of Peace

Sul fronte internazionale, la Russia ha annunciato che non parteciperà alla riunione inaugurale del Board prevista a Washington il 19 febbraio, spiegando di essere ancora in fase di valutazione. Confermata invece la presenza del primo ministro pachistano Shehbaz Sharif. La prima riunione operativa del Board è prevista il 19 febbraio a Washington e dovrebbe concentrarsi sulla fase di stabilizzazione e sui meccanismi di finanziamento per la ricostruzione di Gaza. L’iniziativa, tuttavia, è contestata da diversi osservatori che temono un ruolo marginale per la rappresentanza palestinese nella futura governance della Striscia.

Gaza e Cisgiordania: violenze e demolizioni

Mentre la diplomazia si muove, sul terreno il conflitto prosegue. Israele ha annunciato l’uccisione a Gaza di un comandante legato alle unità di cecchini di Hamas, presentando l’operazione come risposta a violazioni del cessate il fuoco. Le Nazioni Unite hanno chiesto nuovamente che ai giornalisti internazionali sia consentito l’accesso alla Striscia, sottolineando che la libertà di informazione non può essere sospesa. Il tema dell’accesso indipendente all’area resta uno dei nodi più controversi del conflitto, con organizzazioni internazionali che denunciano difficoltà persistenti nel monitoraggio della situazione umanitaria. In Cisgiordania, nei pressi di Gerico, residenti palestinesi hanno denunciato la distruzione di circa quindici abitazioni e strutture agricole da parte di coloni israeliani. Secondo le testimonianze, un gruppo numeroso avrebbe costretto gli abitanti ad allontanarsi prima di demolire le costruzioni. L’espansione degli insediamenti resta uno dei nodi centrali del conflitto: nella regione vivono circa tre milioni di palestinesi accanto a oltre mezzo milione di coloni israeliani. Sul piano umanitario, la situazione a Gaza rimane grave. Fonti ecclesiastiche locali parlano di ospedali operativi solo parzialmente, ricostruzione ancora ferma e sistema scolastico devastato dopo anni di interruzioni. Il Board of Peace, osservano, è contestato da molti ma rappresenta al momento l’unico tavolo politico strutturato.

Il caso Albanese

Parallelamente si è aperto uno scontro diplomatico sulla relatrice speciale delle Nazioni Unite per i Territori palestinesi, Francesca Albanese. Parigi ha chiesto formalmente le sue dimissioni dopo alcune dichiarazioni giudicate “inaccettabili” nei confronti di Israele. La posizione francese sarà ribadita al Consiglio per i diritti umani il 23 febbraio. Anche la Germania ha preso le distanze, sostenendo che le sue affermazioni rendano “insostenibile” il mantenimento dell’incarico. Albanese ha replicato pubblicando il video integrale del proprio intervento, sostenendo di aver criticato un sistema politico e militare e non un popolo. Ha parlato di accuse “false” e di tentativi di delegittimazione. In sua difesa è intervenuta Amnesty International, che ha ribadito il sostegno al mandato delle Procedure speciali Onu e ha denunciato il rischio di pressioni politiche sui relatori indipendenti.

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