L’Iran ha celebrato l’anniversario della rivoluzione del 1979 in un clima di profonda frattura interna, con manifestazioni ufficiali affollate ma segnate da un malcontento diffuso per la repressione politica, la crisi economica e le tensioni crescenti con gli Stati Uniti. Le autorità hanno organizzato parate e discorsi per ribadire la continuità del progetto rivoluzionario, mentre i media statali hanno mostrato folle compatte nelle principali città. Ma dietro la coreografia istituzionale, il Paese appare più diviso che mai, con una popolazione stremata da anni di sanzioni, inflazione e restrizioni alle libertà civili. Il presidente e le massime autorità religiose hanno insistito sulla narrativa della “resistenza” contro le pressioni occidentali, accusando Washington di alimentare instabilità nella regione e di sostenere movimenti ostili al governo iraniano. Allo stesso tempo, hanno elogiato le forze di sicurezza per aver “garantito l’ordine” durante le proteste degli ultimi anni, proteste che hanno visto centinaia di arresti e un uso della forza criticato da organizzazioni internazionali per i diritti umani. Per molti iraniani, soprattutto giovani, le celebrazioni ufficiali appaiono sempre più distanti dalla realtà quotidiana fatta di salari stagnanti, blackout energetici e un futuro percepito come bloccato. Sul fronte internazionale, l’anniversario cade in un momento di forte tensione con gli Stati Uniti, dopo una serie di incidenti nel Golfo Persico e accuse reciproche di destabilizzazione. Washington ha denunciato il ruolo di Teheran nel sostenere gruppi armati nella regione, mentre l’Iran accusa gli Stati Uniti di condurre una “guerra economica” attraverso sanzioni che colpiscono duramente la popolazione. I tentativi di riaprire un dialogo sul programma nucleare restano in stallo, con entrambe le parti che si scambiano responsabilità per l’impasse.




Questa non è una rivoluzione da celebrare ma una vergogna da cancellare, subito e per sempre. Un popolo che non ha libertà è un popolo oppresso.