Oggi la cybersicurezza non è più un tema da specialisti. È la nostra vita digitale che è in gioco. Ogni account, ogni servizio online, ogni dispositivo connesso può diventare un punto di ingresso per chi vuole sfruttare le nostre fragilità. La rete non è più un luogo astratto: è quotidiana, indispensabile e fragile. È il luogo dove viviamo le nostre vite digitali, eppure la protezione è spesso trascurata. Negli ultimi anni gli attacchi informatici in Europa sono aumentati senza esclusione di colpi.
Non colpiscono più solo grandi aziende o Istituzioni centrali. Bersaglio diventano ospedali, scuole, comuni, sistemi di trasporto, porti, reti energetiche. Nel gennaio 2026, un grave cyberattacco ha paralizzato i sistemi informatici di un ospedale ad Anversa, costringendo a cancellare interventi programmati e trasferire pazienti critici. È uno scenario che mostra come il digitale non sia più un supporto, ma una infrastruttura vitale. Allo stesso tempo, campagne di phishing e intrusioni mirate continuano a colpire servizi essenziali e dati personali in tutta Europa, esponendo milioni di cittadini a frodi e furti d’identità. In molti casi non si tratta di attacchi tecnologicamente avanzati, ma di operazioni efficaci perché sfruttano vulnerabilità note, sistemi non aggiornati e comportamenti umani prevedibili.
La maggior parte dei danni nasce da ciò che non è stato fatto, non da ciò che non si conosce. L’Europa si scopre così esposta in uno dei suoi punti più delicati. È digitalizzata come poche altre aree al mondo, ma frammentata nella sicurezza. Ogni Stato membro ha sviluppato regole, strutture e capacità diverse. Alcuni hanno investito molto, altri molto meno. Il risultato è una protezione diseguale, dove la sicurezza complessiva dipende dall’anello più debole della catena. Il cyberspazio è ormai un terreno di scontro geopolitico. Accanto alla criminalità digitale operano gruppi legati a interessi statali, capaci di muoversi tra spionaggio, sabotaggio e disinformazione. La guerra non richiede carri armati né missili. Può iniziare con un attacco ai dati di un ministero, con la paralisi di un porto, con una campagna mirata a minare la fiducia nelle istituzioni democratiche. È una guerra silenziosa, ma con effetti profondamente reali.
Ogni identità digitale rubata, ogni servizio paralizzato, ogni dato sensibile esposto ha conseguenze concrete: conti correnti svuotati, pratiche amministrative bloccate, cure rimandate, informazioni private diffuse. La vita quotidiana dei cittadini è diventata, spesso senza saperlo, un campo di battaglia invisibile. È anche per questo che il tema è entrato con forza nell’agenda politica europea. Negli ultimi mesi il Parlamento europeo ha intensificato il lavoro sulla sicurezza e sulla protezione digitale come parte integrante della sicurezza globale dell’Unione. Audizioni pubbliche e lavori congiunti tra le commissioni competenti hanno messo in evidenza un punto chiave: la cybersicurezza non è solo tecnologia, ma difesa delle infrastrutture civili, delle istituzioni democratiche e dei diritti dei cittadini.
Il Parlamento ha sostenuto strumenti legislativi pensati per rafforzare la resilienza comune, come il Cyber ResilienceAct, che mira a rendere più sicuri i prodotti digitali fin dalla loro progettazione, e il Cyber Solidarity Act, che introduce meccanismi di allerta e risposta condivisa tra Stati membri in caso di attacchi su larga scala. L’obiettivo è chiaro: superare l’approccio nazionale e costruire una protezione europea realmente integrata. Parallelamente, alcuni Paesi europei stanno assumendo un ruolo di avanguardia nelle strategie difensive e nella comprensione delle capacità offensive. Germania, Francia e Paesi Bassi investono in unità specializzate, esercitazioni congiunte e condivisione di intelligence. Non si tratta di militarizzare la rete, ma di riconoscere che senza conoscere le tecniche degli aggressori non è possibile costruire una difesa efficace. La sicurezza digitale, oggi, è fatta anche di prevenzione avanzata e capacità di anticipazione. Resta però una fragilità strutturale: la mancanza di una cultura diffusa della sicurezza digitale.
In Europa si discute molto di norme e strategie, ma poco di educazione. Molti cittadini non sanno riconoscere una truffa online, sottovalutano l’importanza degli aggiornamenti, ignorano pratiche basilari di protezione. Non è una colpa individuale. È una responsabilità collettiva che chiama in causa istituzioni, scuole e informazione. Un’Europa che vuole definirsi unita non può permettersi protezioni diseguali. Non può chiedere fiducia nel digitale senza garantire sicurezza. Non può continuare a rincorrere le emergenze senza affrontare il problema alla radice: prevenzione, formazione e responsabilità condivisa. La rete non è un mondo parallelo. È il luogo in cui lavoriamo, studiamo, comunichiamo, ci curiamo. Difenderla significa difendere la qualità della nostra vita democratica. Ignorarlo significa accettare una fragilità strutturale che altri continueranno a sfruttare. La cybersicurezza non è un lusso tecnologico. È sicurezza pubblica. E l’Europa non può più permettersi di trattarla come un tema secondario.



