La celebrazione della Rivoluzione islamica si è trasformata ieri a Teheran in una dimostrazione di forza del potere, mentre sullo sfondo proseguono i colloqui con Washington sul nucleare e cresce il rischio di escalation. Decine di migliaia di persone hanno sfilato fino a piazza Azadi per il 47° anniversario del 1979. Tra bandiere e fuochi d’artificio, sono stati esposti missili balistici e da crociera e i resti di droni israeliani abbattuti nei mesi scorsi. Non sono mancati slogan contro Stati Uniti e Israele e roghi di bandiere occidentali. Sui social sono circolati video di contestazioni in vari quartieri della capitale e in altre città, con cori contro la Repubblica islamica e contro la Guida Suprema Ali Khamenei.
La distanza tra mobilitazione ufficiale e dissenso resta evidente, anche se le autorità parlano di proteste alimentate dall’esterno. Nel discorso televisivo, il presidente Masoud Pezeshkian ha chiesto scusa per le “carenze” e per il “dolore” legato alle proteste, indicando nella crisi economica la priorità. Ha accusato “nemici esterni” di aver fomentato le rivolte e ha ribadito che Teheran “non cerca armi nucleari”, dichiarandosi pronta a verifiche internazionali purché sia riconosciuto il diritto all’uso civile dell’energia atomica. Il bilancio delle vittime resta oggetto di forti contestazioni tra versioni ufficiali e stime indipendenti.
Nucleare, aperture e linee rosse
Il ministro degli Esteri Abbas Araghchi ha confermato la disponibilità a discutere limiti sull’arricchimento dell’uranio e sulle scorte, ma solo nel quadro del riconoscimento del diritto iraniano alla tecnologia nucleare pacifica. “Non esiste altra soluzione se non quella diplomatica”, ha affermato, pur ammettendo la sfiducia verso Washington. Il programma missilistico resta fuori dal negoziato. La pressione americana resta alta. Il presidente Donald Trump ha evocato un rafforzamento della presenza navale nell’area e, secondo fonti statunitensi, si valuta anche l’invio di un secondo gruppo navale nel Golfo se i colloqui non porteranno risultati. Intanto l’Agenzia internazionale per l’energia atomica segnala difficoltà nell’accesso ad alcuni siti e nella verifica delle scorte.
Escalation e diplomazia regionale
Il segretario del Consiglio supremo di sicurezza nazionale, Ali Larijani, dopo l’Oman si è recato in Qatar per consultazioni regionali. Sostiene che Washington avrebbe compreso la necessità di una linea diversa dall’opzione militare e annuncia a breve la data del prossimo round negoziale. Tuttavia, secondo fonti diplomatiche citate dalla stampa americana, tra i dirigenti iraniani cresce la convinzione che un attacco Usa sia solo questione di tempo, anche se i colloqui potrebbero ritardarlo.Parallelamente Teheran punta sulla diplomazia religiosa. L’ambasciatore presso la Santa Sede ha proposto un’iniziativa per coinvolgere leader spirituali e politici in una piattaforma di prevenzione dei conflitti. A Roma si trovano anche parlamentari iraniani delle minoranze cristiane per incontri istituzionali, con l’obiettivo di ribadire, secondo la versione ufficiale, il rispetto delle comunità riconosciute nel Paese.
Il vertice Netanyahu–Trump
Sul fronte opposto, il premier israeliano Benjamin Netanyahu è arrivato a Washington per incontrare Trump. Al centro dell’agenda, oltre a Gaza e agli equilibri regionali, i negoziati con Teheran. Netanyahu punta ad ampliare il confronto includendo il programma missilistico e il sostegno iraniano ai gruppi armati della regione. Da Canberra, il presidente Isaac Herzog ha auspicato che il vertice rafforzi il fronte contro quella che definisce la minaccia iraniana.



