Le autorità pakistane hanno arrestato quattro sospetti nell’ambito dell’indagine sull’attentato suicida che due giorni fa ha colpito una moschea sciita alla periferia di Islamabad, causando 31 morti e decine di feriti.
I fermati, secondo fonti di sicurezza, sarebbero legati a una cellula estremista attiva nella regione e avrebbero fornito supporto logistico all’attentatore, morto nell’esplosione. Le forze dell’ordine stanno ora cercando di ricostruire la rete di contatti che avrebbe permesso all’uomo di raggiungere la moschea durante la preghiera del venerdì, quando l’edificio era gremito.
L’attacco, avvenuto nel sobborgo di Tarnol, ha scosso profondamente la capitale, considerata negli ultimi anni relativamente sicura rispetto ad altre aree del Paese. Testimoni hanno raccontato di un boato improvviso e di scene di caos, con fedeli in fuga e soccorritori improvvisati che cercavano di trasportare i feriti verso le ambulanze bloccate dal traffico.
Negli ospedali di Islamabad è ancora alta la pressione, con diversi feriti in condizioni critiche. Gli investigatori ritengono che l’attentatore sia stato aiutato a raggiungere la moschea e a eludere i controlli interni, gestiti da volontari della comunità sciita. Le autorità non hanno ancora attribuito ufficialmente la responsabilità dell’attacco, ma sospettano gruppi estremisti sunniti già coinvolti in precedenti episodi di violenza settaria.
Il governo ha promesso una risposta “rapida e severa”, annunciando un rafforzamento delle misure di sicurezza nelle moschee sciite di Islamabad e Rawalpindi. Nel quartiere colpito, intanto, il clima resta teso. Famiglie in lutto e residenti chiedono maggiore protezione, mentre cresce la preoccupazione per un possibile ritorno di attentati contro la minoranza sciita. La strage di Tarnol riporta il Pakistan a confrontarsi con una ferita mai davvero rimarginata: quella di una violenza settaria che continua a minacciare la stabilità del Paese.



