All’indomani dei colloqui indiretti svoltisi a Muscat, il confronto tra Stati Uniti e Iran resta aperto ma carico di tensioni. Da Teheran arrivano segnali di disponibilità a un’intesa sul nucleare, accompagnati però da linee rosse ribadite con fermezza. “L’arricchimento dell’uranio è un nostro diritto inalienabile e deve continuare”, ha dichiarato il ministro degli Esteri Abbas Araghchi, spiegando che l’Iran è pronto a un accordo “rassicurante” per Washington, ma non a rinunciare alle proprie scorte né al programma missilistico, definito una questione esclusivamente difensiva. Secondo Araghchi, il primo round negoziale in Oman si è svolto in un clima “molto positivo” ed è stato definito “un buon inizio”. Le parti hanno concordato di tornare a incontrarsi “presto”, anche se non è stata fissata una data ufficiale. Il capo della diplomazia iraniana ha però avvertito che, in caso di attacco militare statunitense, la risposta colpirebbe le basi americane nella regione, con il rischio di una destabilizzazione su scala regionale. Sul fronte regionale, Araghchi ha incontrato a Doha il primo ministro e ministro degli Esteri del Qatar, Sheikh Mohammed bin Abdulrahman Al Thani. Al centro del colloquio, secondo una nota ufficiale, il lavoro diplomatico per ridurre le tensioni e il sostegno del Qatar ai negoziati tra Stati Uniti e Iran, con l’auspicio di un accordo “globale” capace di rafforzare la stabilità dell’area.
Trump
Da Washington, il presidente Donald Trump ha confermato che i colloqui riprenderanno all’inizio della prossima settimana, parlando di discussioni “molto buone” e sostenendo che “l’Iran vuole un accordo”. Allo stesso tempo, la Casa Bianca mantiene una linea di forte pressione economica. Ieri Trump ha firmato un ordine esecutivo che autorizza l’imposizione di dazi aggiuntivi contro i Paesi che continuano a commerciare con Teheran. Il provvedimento prevede tariffe che potrebbero arrivare “ad esempio” fino al 25 per cento sui beni importati negli Stati Uniti da Stati coinvolti in scambi diretti o indiretti con l’Iran. La decisione rischia di avere ripercussioni sui rapporti commerciali con diversi partner, tra cui Russia, Turchia, Germania ed Emirati Arabi Uniti.
Portaerei Usa; Israele in allerta
Sul piano militare, il segnale di deterrenza statunitense è stato rafforzato dall’arrivo nel Golfo della portaerei Abraham Lincoln. Gli inviati presidenziali Steve Witkoff e Jared Kushner hanno visitato la nave insieme al comandante del Centcom, in una mossa interpretata dai media israeliani come un messaggio diretto a Teheran nel pieno della fase negoziale. Parallelamente, Israele continua a mantenere una postura di massima allerta. Secondo dichiarazioni attribuite a esponenti del governo, l’opzione militare resterebbe sul tavolo qualora la diplomazia fallisse, alimentando i timori di un’escalation.
Tensioni interne in Iran
In Iran, il clima interno resta teso. Le autorità hanno annunciato l’arresto di undici persone nell’ovest del Paese, accusate di pianificare atti di sabotaggio e di essere in contatto con il Pjak, gruppo armato curdo considerato terroristico da Teheran, Ankara e Washington. Secondo fonti dei Guardiani della Rivoluzione, gli arresti sarebbero avvenuti prima che gli indagati potessero agire. Il governo iraniano attribuisce le violenze delle proteste di gennaio a gruppi armati sostenuti dall’estero, mentre le organizzazioni per i diritti umani accusano le forze di sicurezza di repressione sistematica contro i manifestanti. Intanto, una serie di incidenti ha alimentato interrogativi sulla sicurezza interna iraniana. Ieri un’esplosione in una fabbrica nella provincia del Golestan ha causato la morte di un operaio e il ferimento di altri due. Nei giorni precedenti si erano verificati incendi in un complesso militare a Teheran e in un bazar della capitale. Episodi che richiamano una sequenza simile registrata prima e durante il recente confronto armato tra Iran e Israele.



