Un tribunale di Mosca ha condannato a cinque anni e dieci mesi di carcere il comico russo Dmitry Ivanov, ritenuto colpevole di aver “denigrato l’onore di un veterano di guerra” durante uno spettacolo satirico diffuso sui social. La sentenza, tra le più severe mai inflitte per un contenuto umoristico, ha immediatamente suscitato reazioni in tutto il Paese e all’estero, alimentando il dibattito sullo stato della libertà artistica in Russia.
Il caso risale a un monologo in cui Ivanov aveva ironizzato su un veterano centenario apparso in una campagna governativa. Le autorità hanno sostenuto che la battuta costituisse un insulto deliberato alla memoria dei combattenti della Seconda guerra mondiale, un tema particolarmente sensibile nella narrativa ufficiale del Cremlino. La procura aveva chiesto una pena esemplare, definendo il comico “un recidivo morale” che avrebbe usato la satira come “strumento di discredito nazionale”.
La difesa ha parlato invece di un processo politico, sostenendo che il monologo rientrasse pienamente nella libertà artistica e che l’intento fosse satirico, non offensivo. Ivanov, nel suo ultimo intervento in aula, ha dichiarato di non aver mai voluto mancare di rispetto ai veterani e ha definito la condanna “un segnale inquietante per chiunque lavori con le parole”.
Organizzazioni per i diritti umani hanno criticato duramente la sentenza, ricordando che negli ultimi anni diversi artisti, attori e comici sono stati perseguiti per contenuti considerati “anti‑patriottici” o “estremisti”. Secondo gli osservatori, il caso Ivanov si inserisce in un contesto più ampio di controllo crescente sul mondo culturale e mediatico.
Il governo, dal canto suo, ha difeso la decisione del tribunale, affermando che “la memoria storica non può essere oggetto di scherno”. Ma la condanna rischia di avere un effetto domino: molti colleghi del comico hanno già annunciato di voler cancellare spettacoli o modificare i propri testi per evitare conseguenze legali.



