Serve una grande task force pubblica, capace di monitorare, analizzare e prevenire. Allora venne prevista la possibilità di assumere 10 mila giovani: ingegneri, geologi, fisici, architetti, geometri, per mappare la Penisola, questa scelta venne vanificata per dar vita a micro interventi inefficaci senza visione d’insieme
La Sicilia, la Sardegna, la Calabria, come migliaia di Comuni e territori della Penisola, vivono una condizione ormai strutturale di fragilità. Il dissesto idrogeologico non è più un tema episodico, ma una vera e propria emergenza nazionale, aggravata dagli effetti sempre più evidenti dei cambiamenti climatici. Frane, alluvioni ed erosione costiera colpiscono con una frequenza e una violenza tali, portando con sé un carico di disastri, disperazione e costi incalcolabili, che non consentono più sottovalutazioni né rinvii.
Prevenzione l’unica strada
Conosco bene questa realtà. Da parlamentare e, nel 2010, da sottosegretario all’Ambiente con deleghe a terra, mare, coste e fiumi, affrontai direttamente il tema del dissesto idrogeologico, ponendo allora — come oggi — una questione centrale: la prevenzione. Capire, studiare e intervenire sono le uniche strade per evitare lutti, drammi umani e danni economici. Prevenzione come scelta politica responsabile, capace di coniugare sicurezza, tutela ambientale e sostenibilità finanziaria.
Un piano accantonato
Nel 2010 realizzai, insieme ai tecnici e ai funzionari del Ministero, un piano organico e strategico che ancora oggi conserva una piena validità. Un progetto fondato su tre garanzie essenziali: qualità dei progetti, rispetto dell’ambiente, certezza delle risorse. Il Piano prevedeva un fondo complessivo di 800 milioni di euro, destinato in primo luogo a una mappatura completa dell’intero territorio nazionale e all’assunzione di 10 mila giovani professionisti: ingegneri, geologi, architetti, speleologi, geometri, chimici, fisici, esperti ambientali. Una grande task force pubblica, capace di monitorare, analizzare e prevenire i rischi idrogeologici e geologici dell’Italia.
Trecento milioni erano destinati a questa struttura operativa, duecento milioni alle spese collaterali e professionali, altri trecento milioni agli interventi immediati nelle aree già in emergenza. A queste risorse si sarebbero aggiunti i fondi europei assegnati alle Regioni e non spesi, oltre a ulteriori finanziamenti comunitari. In totale, oltre un miliardo di euro per ricerca, studio, prevenzione e opere concrete, rapide ed efficaci. Un investimento che avrebbe evitato molte delle tragedie che oggi leggiamo nelle cronache.
Progetto che avrebbe funzionato
Quel Piano, però, venne inspiegabilmente accantonato. Gli 800 milioni furono distribuiti “a pioggia” tra le Regioni per micro-interventi locali, perdendo quella importante visione nazionale e strategica. La mappatura complessiva non fu mai realizzata. I problemi restarono, e sono esplosi con forza ancora maggiore.
La fragilità della Penisola
Oggi i dati sono drammatici. Il recente rapporto ISPRA sul dissesto idrogeologico certifica che il 94% dei Comuni italiani è a rischio frane, alluvioni ed erosione costiera. Oltre otto milioni di persone vivono in aree ad alta pericolosità. Numeri che impongono un cambio di passo immediato.
Una struttura di missione
Si può e si deve intervenire subito. È necessario uscire dalla logica dell’emergenza permanente e tornare a una politica strutturale di prevenzione, ripartendo proprio da una mappatura puntuale del territorio nazionale. Il Governo può istituire una vera Struttura di missione, con sede a Palazzo Chigi, capace di coordinare competenze, coinvolgere esperti e giovani professionisti, guidare l’analisi del territorio e realizzare gli interventi necessari, anche utilizzando in modo pieno ed efficace i fondi europei, come già previsto nel 2010.
Coraggio politico e scelte giuste
Il presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, ha le capacità e la lungimiranza per imprimere una svolta decisiva. Recuperare quella visione oggi non sarebbe un ritorno al passato, ma un atto di responsabilità verso il futuro del Paese. Perché sul dissesto idrogeologico non servono proclami: servono prevenzione, programmazione e coraggio politico.



