L’arresto di Don Lemon, ex volto di punta della Cnn, è diventato in poche ore uno dei casi più discussi del panorama politico e mediatico americano. Il giornalista è stato fermato a Los Angeles, dove si trovava per seguire i Grammy Awards, in esecuzione di un mandato federale legato alla protesta anti‑Ice avvenuta due settimane prima in una chiesa del Minnesota. Durante una funzione religiosa a St. Paul, un gruppo di attivisti aveva interrotto il servizio per denunciare le operazioni dell’agenzia per l’immigrazione, accusata di metodi eccessivamente aggressivi nelle recenti retate nello Stato. Lemon, presente come osservatore e sostenitore del movimento, era stato identificato dagli agenti come uno dei partecipanti all’azione dimostrativa. Il Dipartimento di Giustizia aveva tentato di incriminare lui e altri manifestanti sulla base di una legge che tutela il diritto dei fedeli a partecipare alle funzioni senza interferenze. Un giudice del Minnesota aveva però respinto le accuse per insufficienza di prove, lasciando intendere che l’impianto accusatorio fosse fragile. Nonostante ciò, una giuria federale è stata convocata per valutare ulteriori capi d’imputazione, e l’arresto di Lemon è arrivato proprio mentre il caso sembrava destinato a sgonfiarsi. La difesa parla apertamente di un’azione politica. L’avvocato Abbe Lowell sostiene che il fermo rappresenti “un attacco diretto alla libertà di espressione e al lavoro giornalistico”, ricordando come Lemon avesse documentato la protesta senza assumere un ruolo organizzativo. Le associazioni per i diritti civili denunciano un clima di crescente ostilità verso attivisti e reporter che seguono le manifestazioni contro l’Ice, soprattutto dopo il rafforzamento delle operazioni federali in Minnesota. Il caso, ancora in evoluzione, si inserisce in un contesto nazionale segnato da tensioni profonde sull’immigrazione e sul ruolo delle forze federali.



