Il grido di allarme sulla mancanza di rifiuti di plastica necessari ai nostri riciclatori – lanciato ormai da alcuni anni da “La Discussione”, soprattutto riportando le denunce della dottoressa Claudia Salvestrini, direttore generale del Consorzio Polieco, e pubblicando una serie di interviste alla stessa – sembra finalmente essere arrivato al centro dell’attenzione della pubblica opinione.
In questi ultimi giorni, se ne è occupato addirittura il Corriere della Sera, con un articolo di Jattoni dall’Asen, Plastica riciclata, il paradosso Ue: gli impianti europei chiudono perché la acquistiamo all’estero.
Per la verità, già da anni, la dottoressa Salvestrini aveva denunciato pubblicamente, in dibattiti, interviste e relazioni, la crisi che investiva l’intero settore del riciclaggio della plastica in Italia e in UE: i nostri riciclatori privi di rifiuti da riciclare. In realtà i detentori di rifiuti trovavano più conveniente economica te l’esportazione degli stessi verso l’estero, che il conferimento ad impianti italiani: fuori dalla UE i rifiuti specialmente in plastica valgono molto di più che in Italia.
Traffico di rifiuti
Da qui i numerosi viaggi e documentazioni prodotte dalla Salvestrini relative all’esistenza all’estero (dalla Cina già una ventina di anni fa; poi Turchia, Albania, Tunisia, etc. in tempi più recenti) di veri e propri giacimenti di rifiuti plastici provenienti dall’Italia.
Traffico illecito, si badi; ma anche esportazione legale, essendo prassi anche per enti pubblici di conferire i nostri rifiuti all’estero, pagando perché vengano accettati.
Anomalia tutta italiana: chiunque tocchi rifiuti in Italia guadagna lautamente, tranne i cittadini che quei rifiuti producono: questi ultimi costretti addirittura a pagare una delle più ingiuste e ingiustificate tasse come la Tari.
La crisi dei riciclatori
L’articolo del Corriere mette in rilievo come la crisi de riciclatori UE sia diventata evidente, con la direttiva europea Single Use Plastic del 2019, recepita in Italia nel 2022, che dal primo gennaio 2025 impone un contenuto minimo del 25% di plastica riciclata negli imballaggi, che ha fatto emergere il paradosso di norme che richiedono più contenuto riciclato nei manufatti, mentre una parte crescente degli impianti di riciclo è costretta a fermarsi per mancanza di rifiuti da riciclare.
L’invasione extra Ue
L’articolo riporta anche interessanti dichiarazioni rilasciate da Antonello Ciotti, presidente di Petcore Europe, l’associazione non profit che rappresenta la filiera del Pet: «Il mercato europeo è invaso da materiale riciclato proveniente da Paesi extra Ue a prezzi nettamente inferiori grazie a costi di raccolta che in quei Paesi sono fino a dieci volte più bassi rispetto alla media europea…. Se l’Europa vuole sostituire il combustibile fossile con i rifiuti si trova enormemente svantaggiata, perché il costo della raccolta è incomparabile con quello di India, Cina o Egitto».
Filiera in stasi forzata
L’articolo del Corriere segue di pochi giorni un reportage di Report (Rai3) del 18 gennaio 2026, “L’anno della vergine“, curato da Antonella Cignarale. In una intervista il presidente di Assorimap (Associazione Nazionale Riciclatori e Rigeneratori di Materie Plastiche), Walter Regis, ha descritto una filiera in stasi forzata e un mercato incapace di assorbire la plastica riciclata.
È necessario quindi, un intervento legislativo a livello europeo per rimettere ordine nel settore, ma soprattutto per limitare o evitare del tutto la cattiva prassi di di consentire l’esportazione all’estero, pagando perché vengono presi di rifiuti che, al contrario, hanno un grande valore per chi li possiede.
Per la verità, come più volte anticipato, si dovrà anche ripensare la raccolta urbana: che, spesso, per come attuata, non consente il riciclaggio.



