La crisi tra Stati Uniti e Iran entra in una fase ad alta tensione, mentre l’Unione europea compie uno dei passi politici più netti degli ultimi anni. A Bruxelles i ministri degli Esteri dei Ventisette hanno raggiunto un accordo sull’inserimento delle Guardie della Rivoluzione iraniane nella lista delle organizzazioni terroristiche, accompagnato da un nuovo pacchetto di sanzioni legato alla repressione interna e al sostegno militare di Teheran alla Russia. “La repressione non può restare senza risposta”, ha scritto su X l’Alta rappresentante Ue Kaja Kallas, definendo la decisione “cruciale” e accusando il regime iraniano di “uccidere migliaia di persone al proprio interno”. Le nuove misure colpiscono 21 tra individui ed entità coinvolti nella repressione delle proteste e dieci soggetti legati alla fornitura di armi a Mosca. Sullo sfondo resta inoltre il nodo irrisolto del programma nucleare iraniano, su cui i contatti preliminari tra Washington e Teheran non hanno finora prodotto progressi concreti. In questo quadro, nel corso del Consiglio Affari Esteri, il ministro italiano Antonio Tajani ha confermato che l’Italia ha disposto il ritiro precauzionale di circa metà del personale dell’ambasciata a Teheran, una misura definita “prudenziale” alla luce del deterioramento del quadro di sicurezza. Tajani ha ribadito la linea di Roma a favore dell’inserimento dei Pasdaran nella lista nera europea, sottolineando che “quanto accaduto in Iran è inaccettabile”.
Washington rafforza presenza militare
Sul piano militare, le parole del presidente statunitense Donald Trump continuano ad alimentare le speculazioni su un possibile attacco. Washington ha rafforzato la propria presenza navale in Medio Oriente e, secondo dati di tracciamento, almeno dieci navi da guerra statunitensi si trovano ora nell’area, tra cui la portaerei USS Abraham Lincoln. Il segretario di Stato Marco Rubio ha però mantenuto una linea prudente: “Speriamo di non arrivare all’opzione militare”, pur riconoscendo che l’Iran conserva “la capacità di minacciare le forze americane e i nostri alleati nella regione”. Il timore condiviso da molte capitali è che un’escalation tra Stati Uniti e Iran possa rapidamente estendersi a più fronti regionali, con effetti difficilmente controllabili sulla sicurezza del Medio Oriente. La Turchia e l’Egitto da parte loro tentano una mediazione. Ankara ha confermato per oggi la visita del ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi, mentre Il Cairo ha intensificato i contatti con Teheran e Washington per evitare una nuova escalation.
Il rischio di ritorsioni
Secondo valutazioni militari diffuse dalla stampa statunitense, Teheran dispone ancora di un vasto arsenale missilistico e di droni, in grado di colpire basi Usa e obiettivi regionali. Durante la guerra di dodici giorni dello scorso giugno, l’Iran ha lanciato centinaia di missili e droni contro Israele, dimostrando che anche i sistemi di difesa più avanzati possono essere penetrati. I vertici militari iraniani hanno annunciato l’entrata in servizio di mille nuovi droni, parlando di una possibile “risposta schiacciante” in caso di aggressione. A livello diplomatico, non risultano canali di comunicazione diretti e strutturati tra le due parti, un vuoto che aumenta il rischio di incidenti e incomprensioni. Il presidente del Parlamento iraniano Mohammad Bagher Ghalibaf ha ribadito che l’Iran è “pronto al dialogo, ma non ad accettare imposizioni”, mentre il viceministro degli Esteri Kazem Gharibabadi ha parlato di una “terza fase del confronto” con Stati Uniti e Israele.
Mosca e Pechino chiedono moderazione
Sul fronte internazionale, Mosca e Pechino hanno lanciato appelli alla moderazione. Il Cremlino ha avvertito che un uso della forza contro l’Iran rischierebbe di creare “caos” nella regione, insistendo sul fatto che “il potenziale negoziale non è esaurito”. La Cina, per bocca del suo rappresentante all’Onu Fu Cong, ha messo in guardia contro “avventurismi militari” e difeso la sovranità iraniana.



