Per anni l’export di vino verso la Russia ha vissuto di ambiguità. Le regole c’erano, le sanzioni pure, ma attorno al commercio dei vini di fascia alta si è costruita una zona grigia nella quale molti hanno continuato a muoversi come se il problema fosse soltanto amministrativo, o al massimo reputazionale. Un rischio calcolato, una forzatura ritenuta sostenibile. Già tre anni fa avevamo raccontato come alcuni operatori del settore riuscissero a muoversi lungo i confini delle misure restrittive europee sui beni di lusso. Oggi quella stagione è finita.
Le misure restrittive adottate dall’Unione Europea dopo l’invasione dell’Ucraina hanno inserito il vino tra i beni di lusso vietati all’esportazione verso la Russia quando il valore supera i 300 euro per singola unità di vendita. Il limite non è mai cambiato. Ciò che è cambiato, e radicalmente, è il modo in cui lo Stato italiano ha deciso di presidiare il rispetto di quelle regole. Dal gennaio 2026, con l’entrata in vigore del decreto legislativo 30 dicembre 2025 n. 211, che attua la direttiva UE 2024/1226, la violazione o l’elusione delle sanzioni europee non sarà più una questione da uffici doganali: diventerà un reato penale, punito con la reclusione e con sanzioni pecuniarie di entità tale da mettere in discussione la stessa sopravvivenza delle imprese coinvolte.
Il cuore del problema resta apparentemente tecnico, ma in realtà è sempre stato politico e morale. La soglia dei 300 euro va verificata sull’“articolo”, inteso come unità di vendita commerciale: bottiglia o cartone, a seconda di come il prodotto viene immesso sul mercato. Su questa distinzione si sono innestate per anni pratiche di aggiramento fin troppo note: vendite formalmente frazionate, spedizioni spezzettate, intermediazioni opache, triangolazioni con Paesi terzi pensate per mascherare la reale destinazione finale. Tutto legale sulla carta, tutto discutibile nella sostanza. Dal 2026, tutto penalmente rilevante.
Il legislatore ha scelto di non lasciare più scappatoie. Saranno puniti non solo i comportamenti apertamente in violazione delle misure restrittive, ma anche i tentativi di elusione: l’uso di documentazione falsa o incompleta, le operazioni costruite artificiosamente per restare sotto soglia, il mascheramento dell’identità del beneficiario effettivo o della destinazione reale delle merci. In alcuni casi, persino la grave negligenza diventa penalmente rilevante. È un messaggio inequivocabile: l’epoca dell’approssimazione è finita.
A cambiare è anche il destino delle imprese come soggetti collettivi. Le violazioni delle sanzioni entrano tra i reati presupposto della responsabilità ex decreto 231, con sanzioni calcolate in percentuale sul fatturato globale e con misure interdittive capaci di paralizzare l’attività. Non si tratta più di assorbire una multa o gestire una crisi di immagine: è in gioco la continuità aziendale.
Questo irrigidimento avviene mentre l’export vinicolo italiano verso la Russia continua a ridursi, sotto il peso di un’economia segnata dalla guerra di aggressione contro l’Ucraina. Una contrazione che non dovrebbe essere vissuta come un ostacolo da aggirare, ma come l’effetto coerente di una scelta politica precisa. Continuare a commerciare con la Russia significa, in ultima analisi, contribuire fiscalmente al finanziamento di uno Stato impegnato in un conflitto che viola il diritto internazionale e produce distruzione e vittime civili. Le scorciatoie, oltre a essere giuridicamente pericolose, sono eticamente inaccettabili.
La nuova normativa pone così una questione di fondo che va oltre il vino e oltre il mercato russo: la libertà economica non può essere invocata per giustificare comportamenti che aggirano deliberatamente le regole, né può trasformarsi in una copertura per interessi che finiscono per sostenere, anche indirettamente, un’economia di guerra fondata sulla violazione del diritto internazionale. Dal gennaio 2026 non sarà più possibile rifugiarsi in zone grigie o ambiguità interpretative. Le regole sono chiare, le conseguenze lo sono altrettanto. Continuare a ignorarlo significa non solo esporsi a gravi responsabilità penali, ma scegliere consapevolmente di collocarsi dalla parte sbagliata della storia.



