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Commercio: meno negozi, ma più grandi. Vince il formato medio

Confesercenti: tra il 2011 e il 2025 spariti oltre 103mila punti vendita, ma la superficie cresce del 7,4%. A pagare sono le botteghe e i piccoli esercizi indipendenti
lunedì, 26 Gennaio 2026
2 minuti di lettura

Meno punti vendita, ma di dimensioni sempre più ampie. Il retail fisico italiano non scompare, si trasforma: tra il 2011 e il 2025 sono venuti meno oltre 103mila negozi, mentre la superficie commerciale complessiva è aumentata del 7,4%. A crescere è la dimensione media dei punti vendita, passata da circa 117 a 144,5 metri quadrati (+23,8%). È quanto emerge da un approfondimento Confesercenti sulle superfici di vendita per classi dimensionali, che fotografa una profonda ristrutturazione del settore, sempre più orientata verso il formato medio.

Soffre l’imprenditoria indipendente

La trasformazione non è indolore. A scomparire sono soprattutto i negozi di piccole dimensioni: le micro-attività fino a 50 metri quadrati diminuiscono di oltre 72mila unità, con una perdita di 2,48 milioni di metri quadrati di superficie. In forte calo anche i piccoli esercizi tra 51 e 150 mq: oltre 42.700 negozi in meno e 3,44 milioni di mq persi.
Crescono invece i formati intermedi: aumentano i negozi tra 151 e 250 mq (oltre mille punti vendita e 300mila mq in più), mentre quelli tra 251 e 400 mq tengono sostanzialmente la posizione. Resistono dunque le imprese più strutturate, capaci di competere attraverso digitale, multicanalità e specializzazione.

Superfici oltre i 400 mq

Anche le superfici sopra i 400 mq registrano un’espansione significativa: gli esercizi passano da 29.407 a 40.319, con un incremento di 12,39 milioni di metri quadrati. La crescita, però, si concentra soprattutto sui formati medi: tra 401 e 1.500 mq si contano quasi 9mila esercizi in più e oltre 8 milioni di mq aggiuntivi.
Nel segmento oltre i 5.000 mq emerge invece un segnale di assestamento: le maxi-strutture aumentano di appena 23 unità ma perdono complessivamente 136.746 mq, con una riduzione della dimensione media da 8.942 a 8.562 mq.

Territori a velocità diverse

La riorganizzazione del commercio procede a ritmi differenti sul territorio nazionale. Tra il 2011 e il 2025 Emilia-Romagna e Abruzzo registrano una forte crescita della superficie commerciale (+14,6% e +13,2%), nonostante un deciso calo dei punti vendita (-14,4% e -14,5%). Dinamiche simili anche in Lazio e Campania, dove la superficie aumenta (+10,1% e +8,5%) a fronte di una riduzione degli esercizi (-10,7% e -8,8%).
All’opposto, alcune regioni mostrano segnali di stagnazione o arretramento: Sardegna (+0,8% di superficie ma -19,5% di negozi), Puglia (-2,2%), Basilicata (-1,3%) e Valle d’Aosta (-1,2%). Una dinamica che si traduce anche in una perdita di servizi: oggi oltre 1.100 comuni italiani sono privi di un negozio alimentare specializzato e più di 500 non hanno nemmeno un minimarket.

Consumi, quote che si spostano

Nello stesso periodo i consumi aumentano del 22%, ma cambia la loro distribuzione: la quota della distribuzione tradizionale scende dal 29,8% al 20,4% (-9,4 punti), mentre la GDO sale dal 57,7% al 61,7% (+4 punti). A crescere di più è l’online, che passa dall’1,9% al 13,7% (+11,8 punti).
I quasi 6 milioni di metri quadrati persi sotto i 150 mq valgono, per ordine di grandezza, almeno 10 miliardi di consumi spostati verso la grande distribuzione e il commercio elettronico, anche per effetto della deregulation del settore avviata dal decreto Salva Italia nel 2012.

Cambio che pagano i piccoli

“Questi numeri ci dicono che il commercio fisico non sta semplicemente diminuendo, ma si sta riorganizzando”, commenta Nico Gronchi, presidente di Confesercenti. “La guerra dei formati si può riassumere così: perdono gli estremi e vince il centro. Crescono i punti vendita medi, mentre scompaiono micro e piccoli negozi e si ridimensionano le maxi-superfici. Ma questa trasformazione ha un costo, e le vittime sono gli esercizi indipendenti che garantivano specializzazione e presidio sociale nei quartieri”.
Per questo”, conclude Gronchi, “servono politiche capaci di fermare la desertificazione commerciale e accompagnare l’evoluzione delle imprese. La rigenerazione urbana è il punto di incontro: riportare funzioni nei quartieri, rendere attrattive le vie commerciali e fornire strumenti concreti come incentivi, accesso al credito, semplificazioni e sostegno alle nuove aperture e ai passaggi generazionali. Senza un progetto, la trasformazione rischia di lasciare indietro intere comunità”.

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