0
Donald Trump, presidente Usa

Il “Board of Peace” di Trump divide governi e istituzioni. Europa scettica, polemiche Onu e tensioni sul terreno

Sánchez rifiuta il Board “per coerenza con l’Onu”, Tajani frena per i vincoli costituzionali. Nell’Ue aderisce solo Orbán, Trump ritira l’invito al Canada. A Hebron raid Idf con 14 arresti.
sabato, 24 Gennaio 2026
2 minuti di lettura

La firma dell’atto istitutivo del Board of Peace per Gaza, promossa dall’amministrazione statunitense, ha aperto una nuova fase di tensione diplomatica internazionale. Alla cerimonia inaugurale hanno aderito poco più di venti Paesi, ma l’iniziativa ha subito incontrato rifiuti politici, riserve giuridiche e critiche severe da parte delle Nazioni Unite e delle principali organizzazioni per i diritti umani. In Europa la partecipazione resta limitata. All’interno dell’Unione solo l’Ungheria ha formalizzato l’adesione, mentre diversi governi hanno preso le distanze. La Spagna ha declinato l’invito “in nome della coerenza con l’ordine multilaterale, con il sistema delle Nazioni Unite e con il diritto internazionale”, sottolineando l’assenza dell’Autorità palestinese dal Consiglio. “Il futuro di Gaza e della Cisgiordania deve essere deciso dai palestinesi”, ha ribadito il premier Pedro Sánchez, precisando che il Board “sta al di fuori dell’Onu”. Anche l’Italia mantiene una posizione prudente. Il ministro degli Esteri Antonio Tajani ha richiamato l’ostacolo costituzionale previsto dall’articolo 11, spiegando che lo statuto del Board non garantisce una reale equiparazione di poteri tra i membri. “Prima viene la valutazione costituzionale, poi eventualmente il merito”, ha chiarito. Dubbi analoghi sono stati espressi dal presidente del Consiglio europeo António Costa, che ha sollevato questioni sulla governance del nuovo organismo e sulla sua compatibilità con la Carta delle Nazioni Unite, pur confermando la disponibilità dell’Ue a collaborare con Washington nel quadro delle risoluzioni Onu.

Posizione israeliana

Da parte israeliana, il governo ha espresso un sostegno cauto all’iniziativa statunitense, definendo il Board uno strumento “pragmatico” per la gestione della fase post-bellica a Gaza. Secondo le autorità di Gerusalemme, qualsiasi assetto transitorio dovrà però escludere Hamas da ogni ruolo politico e garantire in modo prioritario la sicurezza di Israele, condizioni considerate non negoziabili.

Scontro con il Canada

Sul piano politico, il Board ha già prodotto fratture anche fuori dall’Europa. Il presidente statunitense ha affermato che Italia e Polonia avrebbero manifestato interesse ad aderire, pur dovendo completare i necessari passaggi interni. Parallelamente, l’invito rivolto al Canada è stato ritirato dopo uno scontro pubblico con il premier Mark Carney, che a Davos aveva denunciato il rischio di un ordine internazionale dominato dalla legge del più forte.

Onu critica

Le critiche più dure sono arrivate dalle Nazioni Unite e dalla società civile. La relatrice speciale Onu per i Territori palestinesi occupati, Francesca Albanese, ha definito il Board “un teatro dell’assurdo”, accusandolo di “ridisegnare la mappa di Gaza affidandola a persone che dovrebbero essere all’Aia per crimini di guerra e a immobiliaristi americani”. Albanese ha inoltre affermato che “a Gaza non esiste alcuna tregua” e che il diritto internazionale “obbliga Israele a lasciare la Striscia, la Cisgiordania e Gerusalemme Est”. Sulla stessa linea Amnesty International, che ha denunciato un “palese disprezzo per il diritto internazionale e per i diritti umani”.

Quadro regionale

Intanto, sul terreno il conflitto prosegue e si estende oltre la Palestina. Le forze israeliane hanno annunciato la conclusione di un’operazione antiterrorismo di quattro giorni a Hebron, in Cisgiordania, con l’arresto di 14 palestinesi e il sequestro di armi. In Siria, Washington sta valutando un ritiro completo delle truppe statunitensi dopo un accordo tra il governo di transizione e le milizie curdo-siriane. Secondo dati Onu, nel nord-est del Paese oltre 134 mila persone sono state sfollate negli ultimi giorni a causa dei combattimenti. Sul fronte giudiziario internazionale, la Bulgaria ha respinto in via definitiva la richiesta libanese di estradizione di Igor Grechushkin, armatore della nave da cui proveniva il nitrato di ammonio esploso nel porto di Beirut nel 2020, disponendone la liberazione per mancanza di garanzie sull’assenza della pena di morte. In Iran, infine, le organizzazioni per i diritti umani parlano di oltre 5.000 morti nella repressione delle proteste, un bilancio che potrebbe essere sottostimato a causa del blackout informativo.

Lascia un commento

Your email address will not be published.

Questo modulo raccoglie il tuo nome, la tua email e il tuo messaggio in modo da permetterci di tenere traccia dei commenti sul nostro sito. Per inviare il tuo commento, accetta il trattamento dei dati personali mettendo una spunta nel apposito checkbox sotto:

Potrebbero interessarti

“Trump. La rivincita”. Storia di una resurrezione politica

Mass media, esperti di sondaggi, intellettuali, politologi erano tutti…

“Tregua sulle linee attuali”: Kiev, Ue e Regno Unito con Trump, ma Lavrov chiude la porta

Ieri i leader europei, insieme a Ucraina e Regno Unito,…