La detenzione di un richiedente asilo di appena cinque anni, avvenuta nei sobborghi di Minneapolis durante un’estensione delle operazioni dell’ICE, ha scosso una comunità già provata da mesi di tensioni legate ai controlli federali. Il bambino, originario dell’America Centrale, viaggiava con il padre quando gli agenti hanno fermato il veicolo per verificare lo status migratorio dell’uomo, che non risultava destinatario di alcun ordine di espulsione. Secondo le prime ricostruzioni, il minore è stato separato dal genitore per diverse ore prima di essere trasferito in un centro di accoglienza temporaneo, mentre il padre veniva trattenuto per ulteriori accertamenti. L’episodio ha immediatamente attirato l’attenzione delle organizzazioni per i diritti dei migranti, che denunciano un uso “sproporzionato e ingiustificato” dei poteri dell’agenzia federale, soprattutto nei confronti dei minori richiedenti asilo. Le autorità locali, già in attrito con Washington per la gestione delle operazioni sul territorio, hanno chiesto chiarimenti formali, sottolineando come la detenzione di un bambino così piccolo sollevi interrogativi sulla proporzionalità delle misure adottate. Alcuni amministratori hanno definito l’episodio “un campanello d’allarme” sulla necessità di maggiore coordinamento tra istituzioni federali e comunità locali. Nel quartiere dove è avvenuto il fermo, residenti e volontari hanno organizzato una veglia spontanea, chiedendo il rilascio immediato del padre e una revisione delle procedure che coinvolgono i minori. Intanto, l’ICE difende l’operazione come parte di un più ampio sforzo per “rafforzare la sicurezza nazionale”, mentre il caso del piccolo richiedente asilo diventa il simbolo di un conflitto più ampio: quello tra politiche migratorie sempre più rigide e il rispetto dei diritti fondamentali delle famiglie in cerca di protezione.



