Da Gaza al nord della Siria si moltiplicano i segnali di instabilità in Medio Oriente, mentre emergono nuove fratture tra gli alleati occidentali. Al centro delle tensioni c’è il progetto del Board of Peace promosso dal presidente statunitense Donald Trump, che punta a una firma formale dell’atto costitutivo entro giovedì, a margine del Forum di Davos. Un obiettivo che appare sempre più difficile dopo la conferma dell’invito rivolto anche al presidente russo Vladimir Putin. Il governo britannico guidato da Keir Starmer ha espresso preoccupazione per il coinvolgimento di Mosca in un organismo chiamato a occuparsi della ricostruzione e dell’amministrazione transitoria di Gaza, richiamando il ruolo della Russia nella guerra in Ucraina. Londra ha ricevuto l’invito a partecipare, ma sta ancora valutando modalità e implicazioni politiche. Ancora più netta la posizione francese: Emmanuel Macron ha deciso di non aderire al Board, ritenendolo incompatibile con il quadro giuridico delle Nazioni Unite. La scelta ha provocato la reazione di Trump, che ha minacciato dazi del 200 per cento su vini e champagne francesi, giudicati da Parigi una pressione inaccettabile. Sul progetto pesano inoltre le perplessità legate alla richiesta statunitense di un contributo di un miliardo di dollari per l’adesione permanente, con poteri decisionali concentrati sulla presidenza americana.
Israele blocca il comitato tecnico
Il piano incontra resistenze anche sul campo. Israele ha confermato di essere stato invitato al Board, ma ha bloccato l’ingresso a Gaza del comitato tecnico palestinese incaricato dell’amministrazione civile della Striscia. Secondo fonti israeliane, il governo Benjamin Netanyahu non intende riaprire il valico di Rafah finché Hamas non accetterà il disarmo e la restituzione dell’ultimo ostaggio, in contrasto con uno dei punti centrali del piano americano. Ieri l’esercito ha inoltre ordinato la prima evacuazione forzata dall’entrata in vigore del cessate il fuoco di ottobre. A Gerusalemme Est, bulldozer israeliani hanno demolito edifici dell’UNRWA, operazione definita illegale e senza precedenti dall’Onu. In parallelo, diversi Paesi europei starebbero rivalutando la loro presenza nel centro di coordinamento civile militare statunitense per Gaza, giudicato inefficace e privo di una chiara strategia sul dopo guerra.
Ipotesi esilio per Hamas
Secondo fonti mediorientali, alcuni dirigenti di Hamas starebbero valutando un’uscita sicura dalla Striscia nella seconda fase del cessate il fuoco, con l’Egitto impegnato in una delicata mediazione. L’ipotesi di un governo tecnocratico a Gaza resterebbe legata alla partenza di parte della leadership del movimento. Intanto il bilancio delle vittime ha superato i 71.500 morti dall’inizio del conflitto, secondo il ministero della Sanità locale. Ieri è stata segnalata anche la morte di una neonata di sei mesi per il freddo, il nono caso dall’inizio dell’inverno.
Siria, negoziati e rischio Isis
A complicare ulteriormente il quadro è la crisi siriana. Ieri il presidente ad interim Ahmed al Sharaa ha avuto un colloquio telefonico con Trump, ribadendo la necessità di preservare l’unità territoriale della Siria e garantire diritti e protezione alla popolazione curda. Sul terreno, però, i negoziati tra Damasco e le forze curde sono falliti e l’esercito ha rafforzato la propria presenza nel nord est del Paese. Le milizie curde denunciano attacchi a Kobane e Hasakah e il ritiro dal campo di al Hol, che ospita familiari di miliziani dello Stato islamico. Durante i combattimenti, 120 jihadisti sono fuggiti da una prigione, 81 dei quali sarebbero già stati ricatturati. Le tensioni si sono estese anche alla Turchia, dove manifestazioni filo curde sono state disperse dalla polizia lungo il confine siriano.



