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Valentino, si spegne a 93 anni il maestro della moda italiana

La Fondazione: “È morto nella serenità della sua residenza romana”. Camera ardente domani e giovedì a Palazzo Mignanelli, funerali venerdì nella Capitale. Mattarella: “Ha saputo andare oltre le convenzioni”. Meloni: “Una leggenda che continuerà a ispirare"
martedì, 20 Gennaio 2026
3 minuti di lettura

E dunque la moda italiana e internazionale è di nuovo in lutto. Dopo l’addio a Giorgio Armani si piange la morte di un altro protagonista che ne ha segnato la storia, indissolubilmente: Valentino è morto ieri a Roma all’età di 93 anni. A comunicare il decesso è stata la Fondazione Valentino Garavani e Giancarlo Giammetti la quale ha aggiunto che lo stilista si è spento nella serenità della sua residenza romana. Non c’è che dire, si tratta davvero di un doppio colpo da ko per il Made in Italy che nel giro di poco tempo saluta due figure centrali di un’epoca in cui la moda del Belpaese ha costruito la propria autorevolezza in tutto il mondo. Con la scomparsa di Valentino se ne va un nome che non è stato solo un marchio, ma un modo di intendere lo stile, la disciplina del lavoro e il rapporto tra creatività e struttura imprenditoriale.

La camera ardente sarà allestita presso PM23, in piazza Mignanelli 23, domani e giovedì dalle 11 alle 18. I funerali si terranno venerdì alle 11 nella Basilica di Santa Maria degli Angeli e dei Martiri. Roma, la città che lo aveva adottato e in cui aveva costruito la sua maison, si prepara così a salutarlo, così come Milano aveva fatto con Armani.

Una grande storia

Valentino Garavani era nato a Voghera l’11 maggio 1932. La provincia lombarda fu il punto di partenza di un percorso che lo avrebbe portato prima a Parigi e poi al centro del sistema internazionale dell’alta moda. Negli anni Cinquanta lasciò l’Italia per formarsi nella capitale francese, dove entrò nella maison di Jean Dessès e lavorò nell’atelier di Guy Laroche. Fu lì che imparò la struttura rigorosa della couture, la precisione del taglio, il valore del tempo nella costruzione di un abito. Tornato in Italia, scelse Roma come base operativa. Lavorò con Emilio Schuberth, collaborò con Vincenzo Ferdinandi, osservò da vicino come stava nascendo una moda italiana capace di dialogare con Parigi senza imitarla. Nel 1959 aprì il suo atelier in via dei Condotti. Un indirizzo destinato a diventare un riferimento.

L’anno dopo incontrò Giancarlo Giammetti. Da quel momento nulla sarebbe stato più lasciato al caso: Valentino si concentrò sulla creazione, Giammetti sulla costruzione dell’impresa. Un equilibrio che consentì al marchio di crescere con ordine e continuità.

La svolta

Il 1962 segnò la svolta. La collezione presentata a Pitti Moda a Firenze lo proiettò nel circuito internazionale. Da lì in poi, la sua presenza sulle scene globali divenne stabile. Vogue Francia gli dedicò due pagine: un segnale che certificava il suo ingresso tra i nomi riconosciuti dalla couture europea. Il successo arrivò rapidamente, anche grazie a una cifra cromatica che divenne immediatamente riconoscibile: il rosso Valentino. Non un colore qualunque, ma una tonalità precisa, diventata una firma. Nel tempo, quel rosso smise di essere solo un elemento estetico e si trasformò in un codice visivo, in un richiamo immediato al suo nome.

I suoi abiti iniziarono a circolare nelle corti, nelle cerimonie istituzionali, nei festival cinematografici. Regine, principesse, first lady, attrici e protagoniste dello spettacolo scelsero Valentino come interlocutore privilegiato nei momenti pubblici più importanti. Ogni apparizione contribuiva a rafforzare l’idea di uno stile riconoscibile, costruito su equilibrio delle forme e controllo della composizione.

Cambiamenti culturali

La carriera proseguì attraversando decenni di cambiamenti culturali. Mode, tendenze, trasformazioni sociali: tutto cambiava, ma la maison Valentino manteneva una linea coerente. Questo non significava immobilità, ma continuità di metodo. Nel 2008 il saluto alle passerelle. Il Musée Rodin di Parigi ospitò l’ultima sfilata. Non fu un semplice addio, ma una sintesi pubblica di un percorso durato oltre mezzo secolo. Dopo il ritiro Valentino ha continuato a seguire la tutela del proprio patrimonio creativo attraverso la Fondazione. Archivi, documenti, abiti, disegni: un lavoro di conservazione che ha trasformato la sua storia in un patrimonio culturale.

L’omaggio delle più alte cariche istituzionali

Le reazioni alla sua scomparsa raccontano la dimensione del personaggio. Sergio Mattarella ha parlato di uno stilista capace di andare oltre le convenzioni. Una definizione che restituisce bene il senso di una carriera che non si è limitata a seguire le tendenze, ma ha costruito un linguaggio. Giorgia Meloni ha scritto che l’Italia perde una leggenda destinata a continuare a ispirare. Non una frase di circostanza: il nome Valentino è ancora oggi presente nell’immaginario collettivo come sinonimo di stile italiano.

Ignazio La Russa e Lorenzo Fontana hanno richiamato il suo ruolo nella diffusione dell’identità nazionale. Antonio Tajani ha legato il suo lavoro alla crescita del Made in Italy sui mercati internazionali.

Genio italiano

Matteo Salvini ha ricordato il valore simbolico del suo nome per il genio italiano. Alessandro Giuli ha posto l’accento sull’importanza storica del marchio costruito attorno al rosso.Roma gli ha reso omaggio con le parole del Sindaco Roberto Gualtieri, che ha ricordato come la città sia stata lo spazio fisico e culturale in cui la maison è nata e si è sviluppata.

Anche le Regioni hanno voluto ricordarlo. Dalla Lombardia Attilio Fontana ha sottolineato il legame con Voghera, città d’origine di un uomo che avrebbe portato il proprio nome in ogni parte del mondo.

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