La tensione negli Stati Uniti sale di livello. Il Pentagono ha ordinato a circa 1.500 soldati in servizio attivo di prepararsi a un possibile dispiegamento a Minneapolis, epicentro delle proteste esplose dopo l’uccisione di Renee Good da parte di un agente dell’ICE. La decisione, riportata dal Washington Post e confermata da più media internazionali, arriva mentre la città vive la sua settimana più instabile degli ultimi anni. Secondo fonti della Difesa, i militari appartengono a una divisione aviotrasportata e sono stati posti in stato di “immediata prontezza” per intervenire qualora la situazione dovesse degenerare ulteriormente. L’ordine non implica un dispiegamento automatico, ma rappresenta un segnale politico e operativo di grande peso: il presidente Donald Trump ha infatti minacciato di ricorrere all’Insurrection Act, la legge che consente l’impiego dell’esercito per ristabilire l’ordine interno, se le autorità locali non riusciranno a contenere le violenze. Il governatore del Minnesota, Tim Walz, ha già mobilitato la Guardia Nazionale, ma le proteste continuano a crescere in intensità, alimentate dalle accuse di eccesso di forza da parte degli agenti federali dell’immigrazione. A Minneapolis, diversi quartieri sono stati teatro di scontri, blocchi stradali e attacchi contro veicoli governativi. La possibile entrata in scena dei militari federali apre un fronte istituzionale delicatissimo. Le autorità locali temono che un intervento dell’esercito possa esasperare ulteriormente il clima, mentre la Casa Bianca insiste sulla necessità di “proteggere i funzionari federali” e garantire la sicurezza pubblica. Il Pentagono, dal canto suo, mantiene una linea prudente: i soldati sono pronti, ma la decisione finale spetterà al presidente. Intanto, Minneapolis resta sospesa tra la richiesta di giustizia dei manifestanti e la crescente pressione federale, in un equilibrio sempre più fragile.



