Il ripristino dell’insegnamento di Educazione civica e del servizio militare possono essere per molti giovani un passaggio formativo utile: un’esperienza che insegna il senso del dovere, della disciplina, del limite, ricordando che alle libertà corrispondono obblighi verso la comunità
C’è un filo inquietante che lega molti dei fatti di cronaca degli ultimi mesi: la violenza esercitata con armi semplici, quotidiane, “a disposizione di tutti”. Il coltello da cucina, l’oggetto più comune, diventa strumento di morte. Non servono armi sofisticate per uccidere, basta un gesto impulsivo, un attimo di rabbia, un vuoto di coscienza.
Negli ultimi mesi il livello di violenza ha subito un salto evidente. Aggressioni mortali tra i banchi di scuola, femminicidi consumati per strada, rapine finite nel sangue. Episodi diversi, ma accomunati da una stessa matrice: una brutalità assurda che vede sempre più spesso protagonisti i giovani. Il tema della sicurezza non è più una percezione, è diventato un’emergenza nazionale.
Fermare la violenza
Ma fermarsi alla repressione non basta. La violenza che esplode oggi è il frutto di una crisi sociale profonda, che affonda le sue radici nella perdita del rispetto dell’altro, nella caduta dei valori della convivenza civile e umana. Per molti giovani non esistono più argini. Devianza, abuso di droghe e alcol, ostentazione della forza, disprezzo delle regole, comportamenti antisociali non sono più eccezioni, ma segnali diffusi.
Basta disimpegno dei genitori
Sono sintomi di disagio, certo. Ma sono anche il segno evidente di un fallimento educativo. Il primo vuoto è quello della famiglia, che dovrebbe essere il luogo originario dell’educazione e della responsabilità. Troppo spesso, invece, si registra un disimpegno dei genitori nel seguire i figli, nel porre limiti, nel trasmettere valori. In contesti familiari disgregati o fragili, la libertà viene scambiata per arbitrio, l’autonomia per aggressività, la trasgressione per affermazione di sé.
Serve un cambio radicale. Un cambio che deve partire proprio dalle famiglie, chiamate a recuperare un ruolo attivo e responsabile, anche assumendosi le conseguenze degli atti dei figli. La responsabilità educativa non può fermarsi alla soglia di casa.
Scuola ed Educazione civica
Accanto alla famiglia, la scuola deve essere messa nelle condizioni di contrastare la violenza. Non solo con strumenti disciplinari, ma con un rafforzamento deciso dell’educazione civica, che deve tornare a essere materia centrale. Educazione civica significa rispetto del bene comune, delle regole condivise, della dignità dell’altro. Significa riconoscere la sacralità della vita umana, valore fondante della nostra civiltà.
Torni il Servizio militare
In questo quadro, anche il ripristino del servizio militare può rappresentare per molti giovani un passaggio formativo utile: un’esperienza che insegna il senso del dovere, della disciplina, del limite, ricordando che alle libertà corrispondono obblighi verso la comunità.
Famiglia, scuola e Stato devono intervenire insieme, senza creare fratture o intimidazioni, ma costruendo un percorso educativo serio, deciso, impegnativo, che nasca dal basso. Un percorso capace di restituire ai giovani il senso della responsabilità e della convivenza civile, dove la libertà non è assoluta, ma vive nel rispetto degli altri.
Perché è bene ricordarlo: la stragrande maggioranza dei giovani è fatta di persone capaci, intelligenti, ricche di entusiasmo e di impegno civile. È da loro che bisogna ripartire, valorizzando il meglio e assumendo come dovere collettivo anche il recupero di chi cade nella spirale della violenza e dell’autodistruzione.
Allo Stato si chiede sicurezza
Già Hobbes ci insegnava che l’uomo affida allo Stato il compito di proteggerlo dalla violenza del suo simile. Oggi a quell’insegnamento va aggiunto un impegno ulteriore: fermare una violenza che non distrugge solo le vittime, ma anche chi la esercita.
Il rispetto dell’altro
Ricostruire una società fondata sul rispetto delle persone e del bene pubblico è possibile solo se, accanto a leggi severe e senza sconti, esiste un fronte unito tra famiglia, scuola e Stato. Per ristabilire la prima, imprescindibile regola della vita sociale: il rispetto dell’altro.



