Dalla repressione in Iran alla crescente tensione sulla Groenlandia, la crisi di inizio 2026 mostra un filo conduttore chiaro: il ritorno a una politica di potenza esplicita, fondata su coercizione economica, minacce militari e ridefinizione delle aree strategiche. Due dossier lontani per geografia e natura, ma sempre più connessi nella visione dell’amministrazione statunitense guidata da Donald Trump.
Iran, proteste e minacce
In Iran le proteste sono entrate nella terza settimana, mentre il Paese resta in gran parte isolato dal mondo a causa di un blackout quasi totale delle comunicazioni. Secondo il media di opposizione Iran International, la repressione avrebbe causato almeno 12mila morti, molti dei quali giovani sotto i trent’anni, in quello che viene definito “il più grande massacro della storia contemporanea dell’Iran”. Una stima che contrasta con quella fornita da una fonte governativa iraniana a Reuters, che parla di circa duemila vittime, e con i dati delle organizzazioni per i diritti umani, come Hrana, che riferiscono di almeno 646 morti accertati, con centinaia di casi ancora in verifica. In questo contesto Trump ha lanciato ieri un appello diretto ai manifestanti, invitandoli a “continuare” e assicurando che “l’aiuto è in arrivo”. Il presidente ha annunciato la cancellazione di ogni contatto con funzionari iraniani e minacciato dazi del 25 per cento contro tutti i Paesi che continueranno a commerciare con Teheran. Una linea che, secondo il senatore repubblicano Lindsey Graham, non prevede l’invio di truppe sul terreno, ma una “ondata massiccia di attacchi militari, cibernetici e psicologici” contro il regime. Parallelamente, il Dipartimento di Stato ha invitato tutti i cittadini americani a lasciare immediatamente l’Iran, segnalando il rischio di un’ulteriore escalation. Sul piano militare pesa anche il precedente recente dei raid e delle operazioni attribuite a Israele contro obiettivi iraniani, che hanno colpito infrastrutture e nodi sensibili del sistema di sicurezza di Teheran. Secondo media statunitensi, le opzioni presentate a Trump dal Pentagono riprenderebbero in parte quel modello, puntando su azioni mirate e su una combinazione di pressione militare e cyber-operazioni, piuttosto che su un intervento diretto su larga scala.
Quadro regionale
Le reazioni internazionali non si sono fatte attendere. Mosca ha definito “inaccettabili” le minacce statunitensi, mentre Pechino ha respinto l’ipotesi di sanzioni unilaterali, ribadendo la propria opposizione alla coercizione economica. In Europa, il segretario generale della Nato Mark Rutte ha definito “ripugnante” la repressione iraniana, e la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen ha annunciato nuove sanzioni contro i responsabili della violenza. Resta inoltre aperta la questione del possibile scenario post-regime. Esponenti dell’opposizione in esilio, tra cui Reza Pahlavi, sostengono l’esistenza di piani per una transizione ordinata in caso di crollo della Repubblica islamica, ma al momento non emerge alcun percorso condiviso o riconosciuto sul piano internazionale, alimentando l’incertezza su ciò che potrebbe seguire a un’eventuale caduta dell’attuale leadership.
L’Artico nel confronto globale
Intanto l’amministrazione Trump alza la pressione anche sul fronte opposto del globo, l’Artico. Le recenti dichiarazioni del presidente sulla Groenlandia, territorio autonomo della Danimarca, hanno aperto una crisi diplomatica senza precedenti tra alleati. Il capo del governo di Nuuk, Jens-Frederik Nielsen, ha ribadito che “la Groenlandia non è in vendita” e che, se costretta a scegliere, sceglierebbe la Danimarca, la Nato e l’Unione europea. La premier danese Mette Frederiksen ha parlato di “pressione inaccettabile” da parte di uno stretto alleato, assicurando ai groenlandesi che “siamo uniti”. Sul piano militare e strategico, la Nato discute un possibile rafforzamento della presenza nella regione artica. Rutte ha confermato che l’Alleanza è compatta sulla necessità di garantire la sicurezza dell’area, mentre il ministro della Difesa tedesco Boris Pistorius ha spiegato che sono in corso valutazioni su pattugliamenti, sorveglianza e ricognizione. Secondo Helsinki, tuttavia, non esiste al momento alcuna minaccia imminente: la ministra degli Esteri finlandese Elina Valtonen ha sottolineato che la presenza di navi cinesi e russe intorno alla Groenlandia è “molto limitata”. Nonostante queste rassicurazioni, la Groenlandia resta centrale nella lettura strategica statunitense come spazio da presidiare in chiave preventiva. Più che una minaccia attuale, la Cina viene indicata da Washington come un rischio futuro, legato al controllo delle rotte artiche, alle risorse minerarie e alla competizione tecnologica, in una logica che anticipa i movimenti degli avversari prima che si traducano in una presenza concreta.
Il fronte interno negli Stati Uniti
La tensione politica resta alta anche sul fronte interno statunitense. Al Congresso sono stati presentati progetti di legge contrapposti: da un lato, una proposta repubblicana che autorizzerebbe il presidente a “intraprendere qualsiasi azione necessaria” per annettere o acquisire la Groenlandia; dall’altro, un’iniziativa democratica per bloccare qualsiasi tentativo di acquisizione forzata. Oltre duecento ricercatori statunitensi che lavorano sull’isola hanno firmato una lettera aperta contro le minacce, ricordando che la Groenlandia “appartiene al suo popolo”.



