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L’indipendenza delle Banche centrali

sabato, 10 Gennaio 2026
4 minuti di lettura

L’emendamento presentato ed approvato nel corso dell’ultima Legge di bilancio che introduce il principio “che le riserve auree gestite e determinate da Via nazionale appartengono al popolo”, non cambia nulla sotto il profilo giuridico e non ha effetti finanziari sul bilancio dello Stato, chiarisce però quali siano i rapporti tra il governo italiano e le autorità monetarie europee, ma ha aperto il dibattito sull’indipendenza delle banche centrali sulla quale non perde occasione di intervenire anche Fabio Panetta, governatore della banca d’Italia.

Al di là dell’oceano, anche negli Usa, in questo stesso periodo di tempo negli ambienti non solo finanziari, ma anche politici ci si chiede se nel corso del 2026 la Fed potrebbe diventare qualcosa di diverso da quella che è attualmente. Non si tratta probabilmente solo alla questione che attiene ad una maggioranza a favore di maggiori tagli dei tassi (come chiede la Casa Bianca) e lo stesso “Fomc” (Federal Open Market Committee, che è responsabile delle operazioni di mercato, cioè gestisce la politica monetaria), ma piuttosto di una trasformazione che faccia della Fed qualcosa di diverso che vada quindi ben oltre la semplice indicazione del nuovo presidente. Infatti sono allo studio riforme con l’obiettivo di portare sotto il controllo del Congresso e del presidente americano l’intero sistema della Federal Reserve, diminuendone le competenze, proponendo che venga limitato il suo potere di fare politiche non convenzionali come il quantitative easing, imponendo un coordinamento col Governo.

In prospettiva potrebbe dunque essere limitata o quantomeno essere intaccata l’indipendenza della Fed, cosi come si è andata disegnando, analogamente a tutte le banche centrali, allorquando dalla fine del secolo scorso la mondializzazione della finanza, ha fatto del credito un’attività soggetta alle sole regole del mercato, nel quale – si dice – lo Stato non può e non deve più interferire.

È indifferibile pertanto una profonda riflessione sui temi cruciali e connessi della sovranità monetaria, del ruolo del risparmio, della funzione del credito.

La creazione di moneta ed il suo governo, dai lontani millenni della sua nascita, sono attributo ed espressione della sovranità dello Stato. Questa limpida connessione oggi è stata recisa.

In Italia, tanto per limitarci alla nostra storia, questa trasformazione si realizzò:

  • ​a) con il cosiddetto “divorzio” tra la Banca d’Italia ed il Tesoro;
  • ​b) con l’attribuzione alla sola Banca centrale del potere di fissare il tasso di sconto, in passato concordato col ministro del Tesoro, cui ne competeva la responsabilità politica.

E successivamente il Trattato di Maastricht, stabilì che “nell’esercizio dei poteri e nell’assolvimento dei compiti e dei doveri loro attribuiti… né la Banca centrale Europea né una Banca Centrale nazionale…possono sollecitare o accettare istruzioni dalle istituzioni o dagli organi comunitari, dai governi degli Stati membri, né da qualsiasi altro organismo. Le istituzioni e gli organi comunitari nonché i governi degli Stati membri si impegnano a rispettare questo principio e a non cercare di influenzare i membri degli organi decisionali della Banca Centrale Europea o delle Banche centrali nazionali nell’assolvimento dei loro compiti”.

Dietro queste scelte c’era e c’è una evidente sfiducia nella capacità della politica di governare con correttezza la moneta.

Ostaggi del volubile consenso popolare, i politici sarebbero cioè inesorabilmente indotti a concedere più del possibile, scaricando poi l’onere sul bilancio pubblico. Di qui la necessità di “espropriare” gli organi politici del potere sulla moneta, nel presupposto che le banche centrali siano le sole in grado di prendere le decisioni opportune, anche quando siano estremamente impopolari.

In questa concezione, apparentemente lineare, si nascondono due errori fondamentali.

Anzitutto è qualunquistica la visione di una classe politica sempre incapace di imporre rigore e di una tecnocrazia invece sempre tempestiva e precisa nelle sue scelte.

La realtà, anche recente, mostra invece esempi di clamorosi errori nelle scelte o negli scenari ipotizzati dai tecnici e dimostra per contro che chi ha la responsabilità di governo per consenso del popolo non solo è capace di chiedere sacrifici, ma è il solo legittimato a farlo.

Ed è proprio qui l’errore ed il pericolo fondamentale che una visione “integralista” dell’indipendenza delle Banche Centrali comporta: vulnerando il rapporto tra popolo e governo, si è delegittimata in realtà la sovranità popolare. Alla democrazia, alle sue regole ed ai suoi controlli, si è sostituita una oligarchia di tecnocrati, tra loro internazionalmente collegati, quasi casta chiusa, la quale si autolegittima e si erge nel suo campo a potere sovrano, che va ben al di là del semplice governo della moneta, condizionando l’intera economia, la vita quotidiana, il modello di società, il presente ed il futuro.

Le capacità di governo della politica risultano perciò subordinate e residuali mentre attualmente lo strapotere della Banca Centrale Europea è totalmente indipendente da governi e parlamenti.

Le capacità di difesa delle singole autorità monetarie nazionali perciò sono pressoché inesistenti.

Rinunce da parte dell’Italia alla sovranità monetaria sarebbero dovute avvenire solo nell’ottica dell’unità politica dell’Europa, di cui però l’unità monetaria nazionale avrebbe dovuto essere la conseguenza, non la premessa. Comunque, a livello europeo, una sovranità monetaria, avrebbe dovuto esigere anzitutto forme di controllo sui flussi di capitali che operino una netta distinzione fra i trasferimenti di capitali a fini d’investimento o in pagamento di merci e servizi ed i flussi monetari a brevissimo termine a fini speculativi. (Per questo siamo stati sempre favorevoli alla cosiddetta Tobin Tax sulle operazioni a brevissimo termine per fini speculativi).

Occorre inoltre, in tema di libera circolazione delle merci, tornare a clausole di salvaguardia europea e ad un sistema di accordi che mirino a promuovere il commercio extracomunitario e lo sviluppo economico dei Paesi Terzi, in misura che sia però compatibile con la salvaguardia dei livelli d’occupazione e delle condizioni di vita dei Paesi della CEE.

Riccardo Pedrizzi

Riccardo Pedrizzi

Presidente Nazionale del CTS dell'UCID

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