La Cambogia ha estradato in Cina Chen Zhi, imprenditore 37enne accusato di essere uno dei principali architetti di una rete globale di truffe online, riciclaggio di denaro e sfruttamento di lavoratori trafficati. L’uomo, arrestato il 6 gennaio a Phnom Penh, era ricercato da diversi Paesi — tra cui Stati Uniti, Regno Unito, Taiwan, Thailandia e Singapore — per una serie di reati che spaziano dalle frodi crypto all’estorsione su larga scala. Chen, nato in Cina ma naturalizzato cambogiano nel 2014, aveva visto la sua cittadinanza revocata il mese scorso, un passaggio che ha facilitato la sua espulsione immediata verso Pechino. L’operazione è stata presentata dal governo cambogiano come parte della cooperazione contro il crimine transnazionale, dopo mesi di indagini congiunte con le autorità cinesi. Secondo le ricostruzioni, Chen Zhi avrebbe gestito dal sud‑est asiatico un sistema di truffe digitali che ha sottratto miliardi di dollari a vittime in tutto il mondo, spesso attraverso schemi crypto e piattaforme fraudolente. Gli Stati Uniti e il Regno Unito avevano già sequestrato beni riconducibili a lui e alla sua rete per un valore di miliardi, inclusi ingenti quantità di bitcoin, proprietà di lusso e conti bancari offshore. Insieme a Chen sono stati arrestati ed espulsi anche Xu Ji Liang e Shao Ji Hui, entrambi cittadini cinesi coinvolti nelle stesse attività criminali. Le indagini indicano che molte delle operazioni illecite venivano condotte da centri di truffa in Cambogia, dove lavoratori vittime di tratta erano costretti a partecipare alle frodi digitali. L’estradizione di Chen rappresenta una vittoria diplomatica per Pechino, che da anni chiede una stretta sui network criminali basati nel sud‑est asiatico. Ma apre anche interrogativi sul ruolo della Cambogia, spesso accusata di tollerare — se non favorire — la presenza di gruppi criminali legati al business delle truffe online.



