La crisi venezuelana entra in una nuova fase di forte tensione internazionale dopo il sequestro, da parte degli Stati Uniti, di due petroliere legate a Caracas e sospettate di violare il regime sanzionatorio. L’operazione più delicata riguarda la petroliera Marinera, ex Bella 1, intercettata e abbordata nell’Atlantico settentrionale dopo oltre due settimane di inseguimento.
Un secondo fermo ha coinvolto la M/T Sophia, bloccata nel Mar dei Caraibi nell’ambito di un’operazione contro la cosiddetta “dark fleet”, la flotta ombra utilizzata per aggirare le sanzioni internazionali. Secondo fonti statunitensi, la Marinera navigava sotto bandiera russa grazie a un permesso temporaneo rilasciato da Mosca e trasportava greggio venezuelano, con il sospetto di carichi collegati anche all’Iran. Il sequestro, condotto dal Dipartimento per la Sicurezza interna con il supporto delle forze armate, sarebbe avvenuto in acque internazionali sulla base di un mandato di un tribunale americano.
Il Comando Sud degli Stati Uniti ha rivendicato l’operazione, ribadendo la disponibilità ad agire contro navi e soggetti sottoposti a sanzioni. Durissima la reazione della Russia. Il ministero dei Trasporti di Mosca ha definito l’abbordaggio “illegale”, sostenendo che in alto mare vige la libertà di navigazione e che nessuno Stato ha il diritto di usare la forza contro navi regolarmente registrate sotto la giurisdizione di un altro Paese. La Russia ha richiamato esplicitamente la Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare del 1982, denunciando una grave violazione del diritto internazionale.
Pressione politica su Caracas
Sul piano politico, Washington ha intensificato la pressione su Caracas. Secondo indiscrezioni riportate da media statunitensi, l’amministrazione di Donald Trump avrebbe chiesto al governo ad interim venezuelano, guidato da Delcy Rodríguez, di interrompere i rapporti economici e strategici con Cina, Russia, Iran e Cuba come condizione per poter continuare a estrarre e vendere petrolio. Tra le richieste figurerebbe anche l’espulsione di presunti agenti di intelligence stranieri, con esclusione del personale diplomatico ordinario. L’obiettivo statunitense è diventare il partner petrolifero privilegiato del Venezuela, sfruttando la fragilità finanziaria di un Paese le cui riserve restano bloccate dalle sanzioni.
Secondo funzionari Usa, Caracas avrebbe solo poche settimane prima di rischiare l’insolvenza se non riuscisse a vendere il greggio accumulato. Il segretario di Stato Marco Rubio avrebbe illustrato questa strategia in briefing riservati, mentre il senatore Roger Wicker ha confermato che il piano si fonda sul controllo dei flussi energetici e non prevede l’invio di truppe. La Cina ha reagito con toni durissimi. Pechino ha accusato Washington di “intimidazione” e “bullismo”, ribadendo che il Venezuela è uno Stato sovrano con piena autorità sulle proprie risorse naturali. La portavoce del ministero degli Esteri Mao Ning ha denunciato l’uso della forza e la richiesta di gestire il petrolio venezuelano secondo il principio dell’“America First” come una violazione del diritto internazionale, avvertendo che la divisione del mondo in sfere di influenza non porterà sicurezza né pace.
Groenlandia, tensione senza opzione militare
Nello stesso quadro geopolitico si inserisce il dossier Groenlandia. Trump ha ribadito l’interesse degli Stati Uniti per l’isola, citando esigenze di sicurezza, controllo delle rotte artiche e accesso alle risorse naturali. La Groenlandia, territorio autonomo del Regno di Danimarca, occupa una posizione strategica cruciale tra Nord America ed Europa, resa ancora più rilevante dallo scioglimento dei ghiacci e dall’apertura di nuove rotte commerciali. Gli Stati Uniti sono già presenti con la base di Pituffik, centrale per l’allerta antimissile e la sorveglianza spaziale.
Rafforzare il controllo sull’isola significherebbe, nella visione americana, contenere la presenza russa nell’Artico e limitare l’influenza economica della Cina, interessata alle risorse minerarie groenlandesi, comprese terre rare e uranio. Nonostante le dichiarazioni aggressive, il capo del Pentagono Pete Hegseth ha escluso un’azione militare. Lo ha confermato anche il ministro degli Esteri francese Jean-Noël Barrot, precisando che l’opzione armata non è l’approccio favorito dagli Stati Uniti.
L’Europa ha reagito compatta: Danimarca e Groenlandia hanno ribadito che l’isola non è in vendita e che ogni decisione spetta esclusivamente al popolo groenlandese, ricordando che il Regno di Danimarca, Groenlandia inclusa, fa parte della NATO. Dai sequestri di petroliere nei Caraibi e nell’Atlantico alle ambizioni sull’Artico, emerge una linea coerente nella strategia americana: il controllo di rotte, risorse e flussi energetici come leva centrale per ridefinire gli equilibri globali. Una linea destinata ad alimentare nuove tensioni con Russia e Cina e a mettere nuovamente alla prova il diritto internazionale.



