L’intervento statunitense in Venezuela non può essere interpretato attraverso una lettura riduzionista centrata esclusivamente sulla dimensione energetica. Sebbene il petrolio rappresenti un elemento di rilievo nella proiezione strategica di Washington, esso non costituisce – almeno nella fase iniziale – la causa primaria dell’azione militare. L’elemento scatenante va piuttosto individuato nella progressiva trasformazione del Venezuela, sotto la presidenza di Nicolás Maduro, in un hub geopolitico sino‑russo nell’emisfero occidentale, con una presenza strutturata di attori statali e para‑statali di Pechino e Mosca. Tale configurazione ha rappresentato una violazione diretta della tradizionale dottrina di sicurezza statunitense, che considera l’America Latina come area di influenza privilegiata e non negoziabile.
Se la causa immediata dell’intervento è dunque di natura geopolitica, la dimensione petrolifera assume un ruolo decisivo nella fase successiva, ossia nella definizione degli scenari del “dopo Maduro” e nella valutazione di un’eventuale permanenza strategica degli Stati Uniti nel Paese.
Attualmente è assai complicato fare speculazioni, ma si può teorizzare che gli USA rimangano almeno il tempo necessario per mettere in sicurezza i siti estrattivi. Il Venezuela detiene infatti le maggiori riserve mondiali di greggio pesante, una risorsa che riveste un’importanza specifica per l’industria energetica statunitense. Pur essendo oggi uno dei principali produttori globali e avendo raggiunto un’elevata autosufficienza, gli Stati Uniti estraggono prevalentemente petrolio leggero. Le raffinerie statunitensi, tuttavia, sono storicamente configurate per la lavorazione di greggio pesante, che garantisce una maggiore efficienza nella produzione di carburanti e derivati.
La centralità del petrolio nella politica economica statunitense è ulteriormente amplificata dalla struttura finanziarizzata dell’economia americana. Le oscillazioni del prezzo del greggio producono effetti sistemici immediati, incidendo sulla stabilità dei mercati e sulla competitività del settore dello shale oil, economicamente sostenibile solo a condizione che il prezzo del barile non scenda stabilmente sotto la soglia dei 60–61 dollari. Ne deriva che la governance petrolifera globale non è un elemento accessorio, bensì un fattore determinante per la sicurezza economica degli Stati Uniti. In tale prospettiva, risulta difficile immaginare un assetto regolativo efficace che escluda la Russia, uno dei principali produttori mondiali, e che non tenga conto delle dinamiche dell’asse OPEC+.
L’eventuale riallineamento del Venezuela, al di là del governo formale, agli Stati Uniti avrebbe implicazioni significative per gli equilibri energetici internazionali. Una presenza statunitense strutturata nel Paese, almeno nel settore petrolifero, consentirebbe a Washington di influire direttamente sulle dinamiche tra OPEC e non‑OPEC, trasformando Caracas da attore ideologicamente orientato a leva funzionale alla stabilizzazione del mercato. Un Venezuela integrato nella strategia energetica statunitense potrebbe modulare la propria produzione in funzione degli obiettivi di prezzo, contribuendo a ridurre il peso dell’asse OPEC+ e a mantenere il greggio su livelli compatibili con la sostenibilità dello shale oil americano.
In conclusione, la dimensione petrolifera non spiega l’origine dell’intervento statunitense in Venezuela, ma ne chiarisce la profondità strategica e la logica di lungo periodo. Il controllo del fattore energetico – nella sua componente qualitativa, industriale e regolativa – rende il “dopo Maduro” un passaggio cruciale non solo per la stabilità venezuelana, ma per l’intero equilibrio del mercato globale. Un Venezuela riallineato agli Stati Uniti non costituirebbe semplicemente un fornitore di risorse, bensì una variabile sistemica capace di incidere sulla governance petrolifera mondiale e di rafforzare la posizione americana in un confronto che, lungi dall’essere esclusivamente energetico, è pienamente geopolitico.



