L’intervento militare degli Stati Uniti in Venezuela segna una svolta profonda negli equilibri geopolitici dell’emisfero occidentale. L’operazione, rapida e risolutiva sul piano militare, ha però aperto una fase di instabilità politica e di confronto strategico che va ben oltre i confini sudamericani, inserendosi pienamente nella competizione globale tra Washington e Pechino.
Dal punto di vista operativo, l’azione statunitense ha confermato la capacità di proiezione militare degli Stati Uniti nel loro tradizionale spazio di influenza. Il dispositivo navale e aereo schierato nell’area caraibica ha consentito un intervento coordinato e rapido, dimostrando che nessun attore regionale è in grado di opporsi efficacemente a una decisione americana di usare la forza. Tuttavia, la superiorità militare non si traduce automaticamente in controllo politico.
Gli Stati Uniti hanno dimostrato di mantenere una superiorità militare schiacciante nel proprio emisfero, ma mette anche in luce i limiti del potere americano in un mondo ormai multipolare. La vera sfida per Washington non è stata vincere la guerra, ma gestire le conseguenze politiche, economiche e diplomatiche di una vittoria che rischia di rendere il sistema internazionale più instabile, polarizzato e imprevedibile.
Sul terreno, la situazione appare più fluida e meno compatta di quanto suggeriscano le prime letture. Le sacche di resistenza legate all’apparato chavista non costituiscono un fronte unitario e mostrano evidenti segnali di frammentazione. Accanto a gruppi armati radicati nei quartieri popolari e a reti criminali cresciute nel vuoto istituzionale degli ultimi anni, emergono dinamiche di negoziazione sotterranea. Secondo diverse fonti diplomatiche, Washington avrebbe avviato contatti informali con la vicepresidente pur non riconoscendone la legittimità, ma che gode dell’ appoggio dell’esercito, con l’obiettivo di gestire una transizione controllata e porre le basi per la ricostruzione del Paese. In questo contesto, Donald Trump ha fatto sapere che, qualora la situazione lo richiedesse gli USA potrebbero gestire direttamente la fase di transizione e che non hanno paura a mettere gli scarponi sul terreno. Tradotto sono disponibili ad un impegno militare securitario di medio lungo periodo.
Sul piano internazionale, la reazione più significativa è quella della Cina. Per Pechino il Venezuela non era soltanto un partner economico, ma un avamposto strategico nel tradizionale spazio di influenza statunitense. Negli ultimi vent’anni, la Cina ha investito decine di miliardi di dollari nel Paese, soprattutto attraverso prestiti legati alle forniture petrolifere. La caduta del regime ha quindi colpito direttamente uno degli asset più rilevanti della proiezione cinese in America Latina.
Priva della capacità di rispondere militarmente nell’emisfero occidentale, la Cina sta reagendo su altri piani. Si registra una maggiore assertività nel Mar Cinese Meridionale, un’intensificazione delle pressioni su Taiwan e un uso più aggressivo degli strumenti economici e regolatori nei confronti delle aziende statunitensi operanti in Cina. Parallelamente, Pechino sta sfruttando i principali forum multilaterali per costruire una coalizione diplomatica che denunci l’intervento americano come una violazione del diritto internazionale, trovando consenso in ampie aree del Sud globale e domani vi sarà una riunione dell’ ONU.
Il risultato è un ulteriore irrigidimento dell’ordine internazionale. Il caso venezuelano non resta confinato a una crisi regionale, ma diventa un simbolo della competizione tra grandi potenze e della progressiva erosione delle regole condivise. La cooperazione su dossier globali si indebolisce, le tensioni si moltiplicano e il sistema internazionale appare sempre più frammentato.



