Dieci anni dopo l’abolizione della politica del figlio unico, la Cina si trova davanti a un paradosso demografico: il governo vuole più bambini, ma la popolazione non sembra intenzionata a seguirlo. Nonostante incentivi economici, campagne mediatiche e persino nuove tasse sui contraccettivi, il tasso di natalità continua a scendere, mentre cresce il malcontento verso le pressioni statali. Secondo un’analisi dell’Economic Times, Pechino considera la crisi demografica una minaccia strategica: la popolazione invecchia rapidamente, la forza lavoro si restringe e i costi del welfare aumentano. Per invertire la rotta, il governo ha introdotto misure sempre più aggressive, tra cui un’imposta del 13% su preservativi, pillole e IUD, entrata in vigore il 1° gennaio 2026. Una scelta che ha sorpreso e irritato molti giovani, convinti che rendere più costosa la contraccezione non cambierà la loro decisione di non avere figli. Le ragioni della resistenza sono profonde. Come racconta un’inchiesta della CNN/Yahoo News, molte coppie cinesi — spesso figli unici a loro volta — si trovano schiacciate tra il costo della vita, l’educazione dei figli e la cura degli anziani. Il modello familiare “4‑2‑1”, con un solo figlio che deve sostenere due genitori e quattro nonni, è diventato insostenibile per una generazione che vive in città sempre più care e competitive. Gli incentivi statali, dai sussidi per l’infanzia ai congedi parentali estesi, non sembrano bastare. Molti lamentano che il sostegno economico è insufficiente, mentre il sistema di welfare resta fragile. Altri temono che la pressione per avere più figli possa riportare a forme di controllo sociale simili a quelle del passato, seppur con segno opposto. Gli esperti avvertono che la Cina potrebbe trovarsi davanti a un declino demografico irreversibile, simile a quello già osservato in Corea del Sud e Giappone. Ma, per ora, la distanza tra le ambizioni del governo e le scelte dei cittadini resta ampia.



