La politica sudafricana è scossa dalle dimissioni di Duduzile Zuma-Sambudla, figlia dell’ex presidente Jacob Zuma, che ha annunciato il suo ritiro dal parlamento dopo le accuse di coinvolgimento in attività di reclutamento per la Russia. La notizia, confermata da fonti parlamentari, ha immediatamente alimentato il dibattito sulla trasparenza e sull’influenza di potenze straniere nella politica interna del Paese. Secondo quanto riportato da media locali, Zuma-Sambudla sarebbe stata accusata di aver facilitato contatti tra giovani sudafricani e organizzazioni legate a Mosca, con l’obiettivo di promuovere programmi di formazione e, in alcuni casi, di arruolamento. Le accuse, non ancora formalizzate in sede giudiziaria, hanno comunque spinto la deputata a lasciare il suo incarico, dichiarando di voler “difendere la propria reputazione” e di non voler trascinare il parlamento in una controversia internazionale. Il partito di governo ANC ha preso le distanze, sottolineando che le dimissioni sono “una scelta personale” e ribadendo la necessità di chiarire ogni sospetto. L’opposizione, invece, ha colto l’occasione per denunciare la crescente influenza russa in Sudafrica, ricordando i rapporti sempre più stretti tra Pretoria e Mosca, soprattutto in ambito energetico e militare. La vicenda arriva in un momento delicato per il Paese, impegnato a bilanciare le relazioni con l’Occidente e con i partner dei BRICS. Le dimissioni di Zuma-Sambudla rischiano di alimentare ulteriori tensioni diplomatiche, soprattutto con gli Stati Uniti e l’Unione Europea, che hanno già espresso preoccupazione per i rapporti tra Sudafrica e Russia. Per molti osservatori, l’episodio rappresenta un banco di prova per la credibilità delle istituzioni sudafricane e per la capacità del governo di gestire le pressioni internazionali senza compromettere la stabilità interna.



