La situazione nella Striscia di Gaza continua a peggiorare drammaticamente a causa dei ripetuti attacchi israeliani, che stanno provocando un numero crescente di vittime civili e alimentando accuse di crimini di guerra da parte dell’Onu. Un raid israeliano ha colpito una ex scuola a Gaza utilizzata come campo per sfollati, causando almeno 27 morti e 70 feriti, tra cui donne e bambini. L’esercito israeliano ha confermato l’attacco, sostenendo che l’obiettivo fosse un centro di comando di Hamas con la presenza di presunti “terroristi di alto livello”. Tuttavia, testimoni sul posto riferiscono che l’area era popolata da numerose famiglie sfollate, come dimostra l’alto numero di vittime civili. Solo nella giornata di ieri, le vittime sarebbero state almeno 112, tra cui 70 nell’area di Gaza City. A Khan Younis, un attacco a un edificio ha provocato almeno 19 morti. Dalla ripresa delle ostilità, il 18 marzo, il ministero della Sanità di Gaza ha registrato 1.249 morti e oltre 3.000 feriti. La comunità internazionale continua a chiedere un’immediata de-escalation, ma la situazione sul campo resta infernale, con civili sempre più intrappolati tra violenze, restrizioni sfollamenti e una crisi umanitaria senza precedenti.
Operatori sanitari uccisi
L’uccisione di 15 operatori umanitari e medici a Gaza nei giorni scorsi ha sollevato serie preoccupazioni tra le Nazioni Unite, con l’Alto Commissario per i Diritti Umani, Volker Turk, che ha parlato apertamente di possibili crimini di guerra. Gli operatori, tra cui membri della Mezzaluna Rossa palestinese e un lavoratore dell’ONU, sono stati ritrovati in una fossa comune nei pressi di Rafah. L’Ufficio delle Nazioni Unite per il coordinamento degli affari umanitari (Ocha) ha ricostruito che il primo team di soccorso è stato colpito il 23 marzo, mentre altri operatori venivano abbattuti uno dopo l’altro nel tentativo di recuperare i colleghi scomparsi. Turk ha richiesto un’indagine indipendente e approfondita sull’accaduto. Ma intanto, anche un membro di Medici Senza Frontiere, Hussam Al Loulou, è stato ucciso il primo aprile in un raid israeliano insieme alla moglie e alla figlia di 28 anni a Deir Al Balah. L’ong ha espresso “sconcerto e dolore” per la sua morte, sottolineando che si tratta dell’undicesimo membro dello staff ucciso a Gaza e ribadendo la necessità di proteggere i civili e ripristinare il cessate il fuoco.
La crisi umanitaria
Secondo l’Ocha, il 65% della Striscia di Gaza è attualmente soggetto a divieti di accesso, ordini di sfollamento o restrizioni umanitarie imposte da Israele. Tutti i valichi per i rifornimenti sono chiusi da due mesi, aggravando la crisi alimentare e sanitaria. Il Programma Alimentare Mondiale ha avvertito che le scorte disponibili stanno per esaurirsi, mettendo a rischio centinaia di migliaia di persone.
Sfollamenti
Hadja Lahbib, commissaria europea per la Preparazione e la Gestione delle Crisi, ha denunciato che oltre 140.000 persone sono state sfollate con la forza dalla parte meridionale della Striscia e ha chiesto la fine immediata della sofferenza della popolazione. “Dalla rottura del cessate il fuoco, oltre 300 bambini sono stati uccisi. Il blocco degli aiuti imposto da Israele minaccia la vita di centinaia di migliaia di persone”, ha dichiarato. Lahbib ha ribadito che il diritto internazionale vieta l’uso degli aiuti umanitari come strumento di guerra e ha invocato il ritorno a un cessate il fuoco prolungato.
Un clan di Gaza accusa Hamas
Per la seconda volta in pochi giorni, una famiglia di Gaza ha puntato il dito contro Hamas per l’uccisione di uno dei suoi membri. In un comunicato trasmesso dalla tv saudita El Shark, i familiari di Saadi Sakhr Hassanein hanno raccontato che l’uomo è stato colpito a morte da un agente di sicurezza mentre si trovava in un magazzino dell’Unrwa per ritirare cibo. Secondo la loro versione, l’agente avrebbe sparato deliberatamente prima alla gamba e poi al torace, uccidendolo sul colpo. Pur negando qualsiasi ostilità verso Hamas o altre organizzazioni, la famiglia ha avvertito che, in assenza di giustizia, sarà pronta a vendicarsi.
Libano, raid su Sidone
Le violenze non si placano nemmeno in Libano. Un attacco aereo israeliano ha colpito nella notte un edificio residenziale a Sidone, nel sud del Libano, causando la morte di tre persone, tra cui Hassan Farhat, alto dirigente di Hamas. L’operazione, condotta da un drone, ha incendiato un piano dell’edificio, lasciando gli altri relativamente intatti. L’esercito israeliano (IDF) ha confermato la responsabilità del raid, dichiarando che Farhat era a capo delle operazioni di Hamas nella regione occidentale del Libano e aveva orchestrato attacchi contro civili israeliani e truppe IDF. Il premier libanese Nawaf Salam ha condannato l’attacco definendolo “un flagrante attacco alla sovranità libanese” e una violazione della risoluzione ONU 1701. Ha inoltre esortato la comunità internazionale a esercitare pressioni su Israele affinché cessino le operazioni militari nel Paese.