Al convegno “Dinamiche geopolitiche e sicurezza continentale: scenari e percorsi evolutivi per la Difesa europea”, organizzato al Circolo Ufficiali delle Forze Armate di Roma dall’Associazione culturale Omnia Nos, è stato chiesto al Generale C.A. Carmine Masiello, Capo di Stato Maggiore dell’Esercito, di parlare del tema del giorno, ossia di cosa pensasse dell’ipotesi di una difesa comune europea. “Io penso – ha dichiarato il generale – che si tratti di un’opportunità. Non penso che ci capiterà un’altra volta un’opportunità come questa. L’avevamo già avuta dopo l’Afghanistan. Lì c’è stato un segnale molto chiaro che dovevamo cominciare a organizzarci, perché già in quell’occasione c’era stato un comportamento degli statunitensi che ci aveva indicato perlomeno la necessità di fare delle riflessioni. Cosa che non fu fatta allora. Ma questa è un po’ la nostra storia, tendiamo inevitabilmente ad agire di rimessa, a reagire, e questo, purtroppo, non è garanzia di successo e non dà nemmeno la possibilità di costruire qualcosa. Non riusciamo mai a essere proattivi, a prendere noi l’iniziativa e a fare qualcosa. Adesso ci sono tutte le condizioni per poterlo fare e iniziare un percorso, perché, deve essere ben chiaro, di un percorso si tratta. La difesa europea è una cosa che richiederà molto tempo, molti anni, per tutta una serie di fattori”.
I problemi sono solo politici
Di chi, però siano le competenze sulla questione Masiello non ha dubbi. “Il problema della difesa europea – prosegue nel suo intervento – non è un problema militare, è un problema politico. I militari non hanno problemi a lavorare insieme, perché quando lavoro con i francesi, con i tedeschi, in ambito NATO, nell’ambito delle Nazioni Unite, ci lavoro tranquillamente. Quindi, direi che lavorare col francese e col tedesco sotto legge dell’Unione europea cambierebbe molto poco dal punto di vista tecnico. È vero, manca una catena di comandi e di controllo, però, così come abbiamo condotto operazioni di coalizione di volenterosi e conduciamo operazioni sotto legge delle Nazioni Unite, si può trovare la strada per condurre operazioni anche sotto legge Ue. Non è un problema dell’Italia, perché i militari i loro compiti a casa li stanno facendo da tempo. Noi siamo abituati a lavorare insieme, a combattere insieme, a fare tutta una serie di cose che ci permettono e ci garantiscono un certo livello di interoperabilità”.
Si può fare meglio? “Certo, e ci stiamo già lavorando. Un esempio per tutti, stiamo incrementando notevolmente da tempo gli scambi nel settore della formazione, per far sì che i nostri quadri, i nostri ufficiali, i nostri sotto sottufficiali, si conoscano sin da piccoli e crescano insieme condividendo la visione degli altri. Sicuramente si può fare di più nel campo dell’addestramento, delle esercitazioni, ma come sanno tutti in questo Paese per trent’anni la difesa è stata ipofinanziata, perché dovevamo raccogliere giustamente i dividendi della caduta del muro di Berlino e, quindi, non sono stati dati abbastanza fondi ai settori che lo meritavano per poter consentire alle forze armate di addestrarsi”.
Costretti ad addestrassi all’estero
Il problema dell’addestramento per il generale sembrerebbe, dunque, essere uno dei tanti problemi che, in caso di una adesione al progetto di difesa comune, in Italia andrebbe affrontato: “In Italia è difficilissimo addestrarsi, perché nessuno vuole i militari, non ci vuole nessuno dei poligoni. Allora siamo costretti ad andare all’estero, ma andare nei poligoni esteri costa e, quindi, ci vogliono soldi. Bisogna fare una attenta riflessione su questo”.
Ogni Paese difende la propria industria della difesa
Esisterebbe, poi, un terzo ostacolo, quello dei mezzi materiali, sul quale sembrerebbe ci sia tanto da fare. “A volte – ha detto Masiello – leggo con divertimento quando scrivono che ‘in Europa ci sono 17 tipi di carri armati, mentre negli Stati Uniti ce n’è uno, bisogna mettere soldi comuni e avere tutti lo stesso carrarmato’. In realtà, ci sono diverse considerazioni da fare su questo argomento. La prima è che ogni Paese che ha un’industria della difesa, tende a difendere la propria industria. Non c’è niente da fare. Invece, questo è un salto che dobbiamo fare, veramente difficilissimo e per farlo non c’è altra strada che dare la possibilità di avere finanziamenti soltanto se si sviluppano programmi comuni. I soldi, i finanziamenti, i prestiti, quello che sarà, vanno consentiti soltanto a chi produce mezzi insieme ad altri Paesi. Se te li fai da solo, nel tuo Paese, te li paghi con tuoi soldi. E questo dovrebbe invogliare perlomeno i Governi a proteggere di meno la propria industria della difesa”.
“Una seconda riflessione – ha proseguito – la faccio sui tempi, perché purtroppo vediamo situazioni in cui ogni Paese ha messo in servizio i propri mezzi in momenti diversi. Quindi, se il mio elicottero d’attacco è entrato in servizio due anni fa, non è che adesso l’Europa decide facciamo un elicottero d’attacco comune e io fra tre anni compro tutti gli elicotteri d’attacco. Esiste un problema di calendarizzare nel tempo le messe in servizio. Questo richiederà tempo, richiederà, soprattutto, tantissima buona volontà da parte di tutti”.
L’avanzamento tecnologico resta imbrigliato nella burocrazia della P.A.
Infine, è stato affrontato il problema dell’avanzamento tecnologico, dell’esercito italiano in particolare: “La tecnologia è essenziale, perché per troppo tempo l’esercito è stato considerato solo ‘zaino e scarponi’, mentre Aeronautica e Marina sono forze armate più avanzate tecnologicamente. Come ho già detto, e lo ha ricordato anche il ministro, l’output della difesa è dato dal prodotto degli out put delle tre forze armate, se uno di questi fattori tende a zero, il prodotto tende a zero e, quindi, dobbiamo tutti avere un livello tecnologico adeguato e, soprattutto, dobbiamo avere un livello tecnologico tale per cui possiamo poterci parlare tra di noi, perché non possiamo parlare di multi dominio se non ci parliamo allo stesso livello. Questa è la prima cosa per cui bisogna essere tecnologici”.
“Sicuramente – ha concluso il generale – abbiamo la tecnologia in Europa, ma il problema del comparto militare, parlo per l’esercito, ovviamente, è che siamo in una pubblica amministrazione con i tempi della pubblica amministrazione e questo non consente di competere. Per prima cosa, noi soffriamo di una certa sindrome da caserma dalla quale stiamo cercando di liberarci, per cui tendiamo ad auto-referenziarci e a guardare poco sul mondo esterno. Stiamo facendo tantissimo per aprirci e penso che i risultati li stiamo vedendo. Parliamo ogni volta che è possibile, ci interfacciamo, parliamo nell’università, con l’industria e cerchiamo di capire quello che sta succedendo fuori. Questo ci permette di intercettare quelle che sono le più significative evoluzioni tecnologiche, perché, purtroppo, oggi non siamo noi militari a guidare la ricerca, a differenza di quello che succedeva 30, 40 fa. Per questo guardiamo quello che fanno fuori. Il problema è che quando intercettiamo questa evoluzione tecnologica abbiamo dei tempi molto lunghi per portarla dentro alla nostra organizzazione. Ma questo è dovuto alle leggi, alle procedure, a uno stato di fatto che è sempre stato così. Questo fa sì che, quando noi riusciamo ad avere queste evoluzioni tecnologiche, fuori sono già vecchie, perché oggi tutto viaggia a una velocità incredibile. Se pensiamo che un drone in Ucraina ha una vita tecnologica di tre mesi, dopodiché già si è trovato il modo per abbatterlo, si capisce benissimo che combattiamo una battaglia praticamente impari. Quindi, dobbiamo modificare le procedure per far sì che questa tecnologia possa essere nella disponibilità delle forze armate nel minor tempo possibile”.