L’amministrazione Trump presenta le deportazioni verso Paesi terzi come uno strumento necessario per la sicurezza pubblica. Le organizzazioni per i diritti umani le descrivono invece come una strategia deliberata di deterrenza costruita sulla sofferenza umana. Tra queste due narrazioni opposte si sta consumando una delle pagine più controverse della politica migratoria americana.
Secondo Human Rights Watch, dal ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca nel 2025 oltre 500 migranti sono stati trasferiti dagli Stati Uniti verso nazioni africane delle quali non possiedono la cittadinanza. I destinatari di questi rimpatri indiretti includono Paesi come Eswatini, Ghana, Sud Sudan, Camerun, Guinea Equatoriale e Repubblica Democratica del Congo. Molti dei deportati, sostiene l’organizzazione, non hanno alcun legame con queste destinazioni e spesso ignorano perfino dove verranno portati fino all’ultimo momento.
Il Dipartimento per la Sicurezza Interna difende la pratica affermando che viene applicata soprattutto nei confronti di immigrati irregolari considerati pericolosi e che i governi ospitanti forniscono garanzie diplomatiche sulla loro sicurezza. La Casa Bianca aggiunge che tali trasferimenti riguardano persone che non possono essere rimpatriate direttamente perché i Paesi d’origine rifiutano di riaccoglierle o perché esistono ostacoli legali ai rimpatri tradizionali.
Le testimonianze raccolte da Human Rights Watch raccontano però una realtà molto diversa. Diversi deportati riferiscono di essere stati ammanettati e incatenati per lunghi periodi durante i voli, privati di informazioni sulla destinazione finale e, in alcuni casi, dell’accesso a medicinali, cibo e acqua sufficienti. Una volta arrivati, alcuni sarebbero stati detenuti arbitrariamente o addirittura rispediti nei propri Paesi d’origine, nonostante il rischio di persecuzioni o torture. Particolarmente delicata è la situazione delle persone LGBT trasferite in Stati africani che criminalizzano le relazioni tra individui dello stesso sesso. Alcuni di loro avevano ottenuto protezione negli Stati Uniti proprio perché rischiavano discriminazioni o violenze nei Paesi natali.





