Il conflitto mediorientale allarga nuovamente il proprio raggio d’azione. Gli Houthi yemeniti hanno annunciato di avere colpito con un missile l’aeroporto internazionale King Khalid di Riad, in Arabia Saudita. Secondo il portavoce militare del movimento, Yahya Saree, l’attacco avrebbe provocato danni e un’interruzione del traffico aereo. Flightradar24 ha effettivamente rilevato una sospensione temporanea di decolli e atterraggi nello scalo.
La coalizione a guida saudita ha però riferito di avere intercettato e distrutto due missili balistici lanciati dagli Houthi contro la capitale. Il bilancio complessivo degli attacchi contro gli aeroporti sauditi di Riad e Abha è di tre morti e 36 feriti, secondo l’autorità dell’aviazione civile saudita.
Non si tratta soltanto di un’azione contro obiettivi militari. Gli Houthi hanno infatti rivolto un nuovo avvertimento alle compagnie aeree, ai viaggiatori e ai lavoratori presenti nelle strutture considerate obiettivi. In un successivo messaggio, Sareeha inoltre invitato dipendenti, tecnici, ingegneri e operai degli impianti petroliferi sauditi ad abbandonare i siti, sostenendo che potrebbero essere colpiti.
La vulnerabilità energetica e il ruolo dell’Italia
È un passaggio particolarmente significativo. Riad rappresenta uno dei principali nodi energetici e logistici del Golfo e un attacco capace di condizionare anche soltanto temporaneamente il traffico aereo o le infrastrutture energetiche introduce un elemento di pressione ulteriore in una regione già sottoposta a fortissima tensione.
La vulnerabilità saudita coinvolge direttamente anche l’Italia. Il ministro della Difesa Guido Crosetto ha riferito in Parlamento che nell’area dell’Arabia Saudita sono attualmente presenti circa 500 militari italiani, distribuiti tra una task force air e una task force land. Il loro riposizionamento, ha spiegato Crosetto, è stato deciso dai vertici militari con l’obiettivo di garantire la sicurezza del personale e assicurare lo svolgimento delle missioni autorizzate dal Parlamento.
«L’Arabia Saudita chiede il nostro aiuto per difendersi da possibili attacchi», ha affermato il ministro, ribadendo che i militari italiani non partecipano a operazioni di guerra e operano nell’ambito del mandato parlamentare.
Il quadro si complica ulteriormente sul fronte marittimo. L’agenzia britannica Ukmto ha segnalato un attacco contro una petroliera al largo del Qatar, con vittime. La sicurezza della navigazione nel Golfo torna così a essere uno dei punti centrali della crisi. Dopo le tensioni sullo Stretto di Hormuz, il rischio è quello di una progressiva estensione degli attacchi alle infrastrutture energetiche e ai traffici commerciali.
Lo scontro Stati Uniti-Iran
A monte di tutto resta lo scontro tra Stati Uniti e Iran. Secondo quanto riferito da Axios, il Pentagono avrebbe ordinato al Comando centrale statunitense, Centcom, di completare i preparativi per una possibile ripresa delle operazioni di combattimento su larga scala contro Teheran. Non è stata fissata una data e il presidente Donald Trump non avrebbe ancora assunto una decisione definitiva.
Le ipotesi riportate dalle fonti americane e israeliane indicano tuttavia una possibile operazione nelle prossime settimane, potenzialmente prima delle elezioni di metà mandato statunitensi di novembre e, secondo alcune valutazioni, prima delle elezioni israeliane previste una settimana prima. Tra gli obiettivi considerati figurerebbero infrastrutture energetiche, impianti strategici e siti nucleari iraniani.
Lo stesso Trump ha dichiarato di non essere interessato, allo stato attuale, a un accordo con l’Iran, pur riconoscendo il lavoro diplomatico dell’inviato speciale Steve Witkoff.
La dinamica è dunque quella di una crisi che rischia di trasformarsi da confronto diretto a conflitto regionale multidominio. Missili balistici, droni, infrastrutture energetiche, aeroporti, traffico marittimo e basi militari costituiscono ormai parti dello stesso teatro operativo.
Gli Houthi, sostenuti dall’Iran, dimostrano ancora una volta di poter proiettare la crisi oltre i confini dello Yemen. Per Riad, Washington e gli alleati europei il problema non è più soltanto la difesa di singoli obiettivi, ma la protezione dell’intera architettura energetica e logistica del Golfo.
Ed è proprio questo il punto di maggiore vulnerabilità: in una regione dove energia, commercio e sicurezza militare sono strettamente interconnessi, anche un attacco limitato può produrre effetti molto più ampi della distruzione materiale immediata.





