Non è una promessa, né una possibilità. Il 29 settembre 2026 il re Mohammed VI ha nominato Fatima Ezzahra El Mansouri capo del governo del Regno del Marocco. Per la prima volta nella storia della nazione maghrebina, una donna guiderà l’esecutivo. Avvocata iscritta al Barreau di Marrakech dal 2005, già sindaca di Marrakech per due mandati e ministra dell’Urbanistica, El Mansouri non arriva a questa soglia per caso. Il suo percorso è quello di una figura che ha scalato le istituzioni con pazienza, senza mai recidere il legame con la propria terra d’origine. Una biografia che intreccia professione, istituzioni e territorio.
Non solo un primato femminile
La sua nomina segna un punto di non ritorno, ma sarebbe riduttivo leggerla soltanto come una questione di genere. El Mansouri è espressione del Partito Autenticità e Modernità (PAM), formazione progressista e vicina alla monarchia, fondata nel 2008 da Fouad Ali el-Himma, amico d’infanzia e stretto consigliere del re. Alle elezioni del 23 settembre il PAM ha conquistato 97 seggi su 395, diventando per la prima volta prima forza politica del Paese, davanti al Raggruppamento Nazionale degli Indipendenti (66) e all’Istiqlal (65). Il PAM è passato dagli 87 seggi del 2021 agli attuali 97, il RNI è sceso da 102 a 66 e l’Istiqlal da 81 a 65. Il Partito della Giustizia e dello Sviluppo, principale forza di opposizione, è cresciuto da 13 a 54 seggi: un malcontento che la nuova premier dovrà interpretare senza trasformarlo in instabilità.
Il Marocco che cambia, tra tradizione e modernità
Il dato politico si intreccia con una trasformazione sociale più profonda: il dibattito sui diritti delle donne e sull’uguaglianza di genere è vivo e polarizzato, tra istanze progressiste e resistenze tradizionali. Il percorso di El Mansouri, del resto, racconta questa complessità: nata a Marrakech nel 1976, figlia del pascià Abderrahmane el-Mansouri, ha studiato giurisprudenza tra Rabat, Montpellier e gli Stati Uniti, specializzandosi in diritto commerciale. Nel 2014 Forbes l’ha inserita tra le venti giovani donne più influenti d’Africa. Non si è mai presentata come una paladina delle battaglie di genere, preferendo definirsi «un’attivista libera», né «donna d’acciaio». Un profilo che sfugge alle etichette. La sua è una leadership che rivendica competenza più che appartenenza, pragmatismo più che ideologia: una cifra che potrebbe rivelarsi decisiva in un Paese dove il consenso si costruisce più sui risultati che sui simboli.
Donne e potere nel mondo arabo
La sua nomina la colloca in una posizione di rilievo nel panorama arabo. El Mansouri è la seconda donna a guidare un governo in un Paese arabo, dopo la tunisina Najla Bouden, premier dal 2021 al 2023. Il dato, per quanto significativo, va maneggiato con cautela: altre fonti ricordano che la Tunisia ha oggi un’altra donna alla guida dell’esecutivo, Sarra Zaafrani Zenzri, e che i conteggi variano a seconda delle definizioni geografiche adottate. Ciò che resta incontrovertibile è il peso simbolico di una donna al vertice di un governo in una monarchia costituzionale dove il re conserva ampie prerogative, in particolare in politica estera e di difesa. Il Marocco, del resto, non è nuovo a primati nel mondo arabo: nel 2002 aveva già introdotto quote di genere in Parlamento, e nel 2011 la riforma costituzionale aveva sancito il principio della parità. La nomina di El Mansouri si inserisce in questo solco, ma lo supera: non più una presenza garantita per legge, bensì una leadership conquistata sul campo.
La sfida del Mediterraneo e dell’Africa
Il Marocco che El Mansouri eredita è un Paese in bilico tra ambizioni continentali e fragilità interne. La sua nomina arriva dopo una tornata elettorale segnata da un’affluenza bassissima, appena il 38 per cento, la più bassa degli ultimi vent’anni. Il PAM dovrà costruire una coalizione per raggiungere la soglia dei 198 seggi necessari alla maggioranza assoluta: i partner naturali sarebbero RNI e Istiqlal, che insieme al PAM totalizzano 228 rappresentanti. Ma il PAM aveva escluso in campagna elettorale una nuova alleanza con l’RNI, e ora El Mansouri parla di «nessuna linea rossa» nei negoziati, segno di pragmatismo più che di continuità. Per l’Italia e per l’Europa, che guardano a Rabat come a un interlocutore strategico nel Mediterraneo allargato, sul fronte migratorio, energetico e commerciale, la partita marocchina non è mai stata così vicina. Il Marocco è oggi il primo partner commerciale dell’Italia nel Nord Africa e un attore chiave nelle rotte energetiche e migratorie che attraversano il Mediterraneo. La stabilità di Rabat, per Roma e per Bruxelles, vale quanto un accordo firmato. Per Roma, Rabat non è una periferia: è una porta.
Ora la prova del governo
La sfida più difficile comincia adesso. Il Paese affronta un costo della vita in crescita e una disoccupazione giovanile che alimenta sfiducia e distacco dalla politica. El Mansouri ha promesso durante la campagna di «ridare speranza ai giovani». Il suo percorso professionale e istituzionale, avvocata, sindaca, ministra, ora premier, suggerisce competenza e capacità di mediazione. Ma il Marocco che l’attende è un Paese che chiede risposte concrete, non solo simboli. La sua nomina è una notizia storica. Governare sarà un’altra storia. E per una donna che ha costruito la propria carriera fuori dai riflettori, il vero esame comincia ora, tra le aspettative di un popolo giovane e le pressioni di un equilibrio regionale sempre più complesso.





