Ieri un drone russo ha colpito un edificio proprio accanto a quello in cui vive un mio amico con la sua famiglia, a Kyiv.
Questa mattina lo schermo del mio telefono si è illuminato con un suo messaggio. Poche parole: “Siamo vivi”. Le ho lette più volte. In condizioni normali sarebbero parole quasi banali. Oggi, invece, sono diventate una notizia da celebrare in silenzio, con quel misto di sollievo e angoscia che nasce dalla consapevolezza che quel messaggio avrebbe potuto non arrivare.
Il mio amico e la sua famiglia sono vivi. Ma non sono al sicuro. E, dopo oltre quattro anni e mezzo di guerra, nessuno in Ucraina può davvero considerare la propria sicurezza qualcosa di scontato.
Per chi vive lontano è difficile comprendere fino in fondo cosa significhi addormentarsi senza sapere se durante la notte suonerà una sirena, se sarà necessario correre in un rifugio, se un drone attraverserà il cielo sopra la propria casa, se al mattino ci saranno ancora elettricità, acqua, riscaldamento. O, semplicemente, se tutte le persone amate risponderanno al telefono.
Quando hai amici in Ucraina impari anche tu, da lontano, una strana geografia della paura. Impari a riconoscere i nomi delle città colpite. Impari a guardare l’ora degli attacchi. Impari a controllare compulsivamente il telefono. Un messaggio inviato e rimasto senza risposta può diventare improvvisamente qualcosa di enorme. Aspetti. Controlli. Aspetti ancora. Poi compare una notifica. “Siamo vivi” e ricominci a respirare. Ma per milioni di ucraini questa non è un’eccezione. È la vita quotidiana.
È importante ricordarlo, perché dopo così tanto tempo esiste un rischio terribile: abituarsi.
Ci abituiamo alle immagini degli edifici distrutti. Alle finestre esplose. Alle macerie. Alle notizie di una nuova notte di droni e missili. Ci abituiamo persino ai numeri delle vittime, come se dietro quelle cifre non ci fossero persone che avevano una casa, un lavoro, qualcuno da amare, qualcuno che le aspettava.
Una guerra che dura anni rischia di diventare, per chi la osserva da lontano, rumore di fondo. Per chi la vive, invece, non lo diventa mai.
Dietro ogni edificio colpito c’è una cucina nella quale qualcuno aveva preparato la cena. Una stanza dove un bambino aveva lasciato i suoi giocattoli. Una fotografia appesa a una parete. Un letto nel quale qualcuno sperava semplicemente di dormire fino al mattino.
Dietro ogni interruzione dell’elettricità c’è una famiglia che cerca di scaldarsi. Dietro ogni sirena c’è una madre che sveglia i figli nel cuore della notte. Dietro ogni esplosione c’è qualcuno che prende il telefono e chiama una persona cara per sapere se è ancora viva. È questa la dimensione della guerra che rischiamo di perdere quando le immagini diventano troppe e le notizie si susseguono senza sosta.
Gli attacchi contro infrastrutture civili ed energetiche non distruggono soltanto cemento, cavi o centrali. Entrano nelle case delle persone. Cambiano il modo in cui si dorme, si lavora, si cresce un figlio, si pensa al futuro. Trasformano gesti ordinari — accendere una luce, aprire un rubinetto, prendere un ascensore, accompagnare un bambino a scuola — in qualcosa che non può più essere dato per scontato.
Tutto questo continua da oltre quattro anni e mezzo. Quattro anni e mezzo sono un tempo enorme nella vita di una persona. Un bambino che nel febbraio 2022 aveva cinque anni oggi ne ha quasi dieci. Una parte importante della sua infanzia è trascorsa tra sirene, rifugi e notizie di guerra. Ci sono giovani che sono diventati adulti durante questa guerra. Famiglie che vivono separate da anni. Persone che hanno lasciato la propria casa pensando di tornare dopo qualche settimana e che ancora oggi conservano una chiave che forse non apre più nessuna porta. Ci sono vite sospese e vite che non potranno più riprendere.
Per questo non possiamo permettere che l’Ucraina diventi soltanto una parola nei titoli dei giornali. Non esiste naturalmente alcun modo equo di paragonare ciò che vive chi si trova sotto le bombe con ciò che prova chi osserva tutto questo da lontano. Chi è rimasto affronta ogni giorno qualcosa che noi possiamo soltanto cercare di immaginare. Continuano a lavorare. Continuano ad andare a scuola. Continuano ad amare. Continuano a festeggiare compleanni, a sposarsi, a crescere figli, a prendersi cura dei genitori anziani. Continuano, ostinatamente, a progettare un domani mentre qualcuno cerca di rendere incerto persino il presente.
Ed è forse questa la cosa che più colpisce: la straordinaria normalità con cui milioni di persone cercano di difendere la propria vita quotidiana dall’orrore.
Ma la guerra lascia ferite anche in chi è stato costretto ad andare via. Chi ha lasciato l’Ucraina porta con sé lo sradicamento, la nostalgia, la paura per chi è rimasto, talvolta il senso di colpa per essere riuscito a fuggire. Molti vivono contemporaneamente in due luoghi: fisicamente altrove, emotivamente ancora a Kyiv, Kharkiv, Odesa, L’viv o nelle tante città e nei tanti villaggi dai quali sono partiti.
E anche noi, quando in quelle città vivono persone che conosciamo e amiamo, impariamo qualcosa di quella paura.
Viviamo questa guerra da luoghi diversi e in condizioni incomparabili. Ma milioni di persone, dentro e fuori dall’Ucraina, continuano a vivere sotto la sua ombra.
Non so quando finirà. Non so quante altre notti ci saranno in cui qualcuno guarderà un telefono aspettando disperatamente che compaiano due parole. “Siamo vivi”. Ma so una cosa. Non dobbiamo abituarci. Non dobbiamo permettere che quattro anni e mezzo di guerra trasformino la sofferenza di un popolo in qualcosa di normale, lontano, inevitabile.
Continuiamo a guardare quei volti. Continuiamo a chiamare le cose con il loro nome. Continuiamo a ricordare che dietro ogni fotografia di un edificio distrutto esisteva una vita quotidiana molto simile alla nostra. Una famiglia. Una cena. Un abbraccio. Una persona che aspettava un messaggio.
Teniamo stretti coloro che amiamo. Prendiamoci cura delle persone che ci sono accanto. E soprattutto non perdiamo la capacità di sentire il dolore degli altri soltanto perché dura da troppo tempo.
Perché forse la vittoria più silenziosa della violenza sarebbe proprio questa: convincerci che tutto ciò sia diventato normale. Non lo è e non dovrà mai diventarlo.





