La Cina ha giustiziato un cittadino francese condannato nel 2010 per traffico di droga, riaccendendo le tensioni diplomatiche tra Pechino e Parigi e riportando al centro del dibattito internazionale il tema della pena di morte applicata ai cittadini stranieri. L’uomo, arrestato nella provincia del Guangdong con una quantità di stupefacenti considerata “ingente” dalle autorità cinesi, aveva sempre sostenuto la propria innocenza, denunciando irregolarità nelle fasi iniziali dell’indagine. Nonostante gli appelli della Francia e di diverse organizzazioni per i diritti umani, la Corte Suprema cinese ha confermato la sentenza capitale, eseguita nelle ultime ore. Il governo francese ha espresso “profonda tristezza e ferma opposizione alla pena di morte in ogni circostanza”, sottolineando di aver tentato fino all’ultimo una mediazione diplomatica. Fonti dell’Eliseo parlano di “dialogo difficile” con Pechino, che ha ribadito la propria linea di tolleranza zero nei confronti dei reati legati al narcotraffico. La Cina, infatti, applica una delle legislazioni più severe al mondo in materia di droga, con pene che possono arrivare all’esecuzione anche per quantità che in altri Paesi comporterebbero condanne detentive. L’esecuzione ha suscitato reazioni immediate da parte di ONG internazionali, che denunciano la mancanza di trasparenza del sistema giudiziario cinese e l’impossibilità di verificare il rispetto degli standard minimi di equità processuale. Alcuni attivisti hanno ricordato che il cittadino francese aveva denunciato pressioni e confessioni estorte, accuse che le autorità cinesi hanno sempre respinto. Sul piano diplomatico, l’episodio rischia di complicare ulteriormente i rapporti tra Francia e Cina, già segnati da divergenze su commercio, diritti umani e sicurezza internazionale.


