Nei tumori dell’età pediatrica la radioterapia è una tappa fondamentale in circa un terzo dei casi. Una percentuale che racconta quanto questa disciplina sia centrale anche nei più piccoli, dove la sfida non è soltanto colpire il tumore, ma farlo proteggendo un organismo in crescita e un futuro ancora tutto da costruire.
“Curare un bambino significa assumersi una responsabilità doppia che è quella di essere estremamente precisi oggi per garantire la qualità di vita di domani – sottolinea Stefano Pergolizzi, Presidente A.I.R.O. (Associazione Italiana Radioterapia Oncologia Clinica) – perché nei pazienti pediatrici ogni scelta tecnica deve tenere conto dello sviluppo, della crescita e degli effetti a lungo termine”.
Un ambito altamente specialistico
I tumori pediatrici rappresentano circa il 2% di tutti i tumori, ma richiedono competenze dedicate e centri altamente specializzati. La radioterapia può essere indicata quando il tumore non è completamente operabile, per eliminare eventuali cellule residue dopo chirurgia o chemioterapia, come trattamento locale principale o per alleviare sintomi come dolore o difficoltà motorie. La radioterapia moderna consente di modellare i fasci con estrema accuratezza, proteggendo il più possibile i tessuti sani, particolarmente delicati in un organismo in crescita. L’obiettivo non è solo l’efficacia clinica, ma il miglior equilibrio tra sicurezza e tutela dello sviluppo futuro.
Tecnologia e umanizzazione
Entrare in un reparto di radioterapia significa trovarsi in ambienti altamente tecnologici, con bunker schermati e macchinari complessi. Per un bambino può essere un’esperienza spaventosa. Per questo, negli ultimi anni, molti centri hanno investito nell’umanizzazione degli spazi: murales, colori, personaggi, ambienti più accoglienti e spazi gioco dedicati.
Non si tratta di semplici decorazioni. Ridurre ansia e paura migliora l’esperienza di cura e favorisce la collaborazione durante il trattamento, con effetti positivi anche sulla qualità della terapia.
“L’umanizzazione non è un dettaglio estetico, ma parte integrante del percorso terapeutico – evidenzia Camilla Satragno, membro A.I.R.O. Giovani – perché l’ambiente in cui un bambino viene curato influisce direttamente sulla sua capacità di affrontare il trattamento. Ridurre ansia e paura significa migliorare la collaborazione, limitare il ricorso alla sedazione quando possibile e garantire condizioni ottimali per una terapia che richiede immobilità e precisione. Tecnologia e relazione non sono elementi separati: funzionano davvero solo quando procedono insieme”.
La parola chiave è la fiducia
Prima di iniziare la radioterapia, le famiglie incontrano l’équipe composta da radioterapisti oncologi, tecnici, fisici medici, infermieri, psicologi e volontari. Si spiegano i passaggi con parole semplici, si mostrano gli ambienti, si effettuano simulazioni.
Il trattamento viene anticipato, raccontato, “giocato”, per trasformare qualcosa di ignoto in qualcosa di comprensibile.
Quando necessario si può ricorrere a una leggera sedazione, ma spesso bastano tempo, spiegazioni e relazione per rendere affrontabile ciò che appare spaventoso.
“Dietro ogni seduta non c’è solo un tumore da colpire, ma un bambino con il suo futuro da proteggere e per questo la preparazione è parte integrante della terapia. Mostrare gli ambienti, spiegare con parole semplici, simulare il trattamento, costruire piccoli rituali non sono passaggi accessori. Servono a trasformare la paura in comprensione e a costruire fiducia, perché quando il bambino si sente coinvolto e rassicurato – conclude Satragno – la collaborazione migliora e spesso si riesce ad affrontare il trattamento senza ricorrere alla sedazione. La tecnologia è fondamentale, ma è la relazione che permette di utilizzarla al meglio, in sicurezza e con serenità”.
Oltre la terapia
Il percorso non si conclude con l’ultima seduta. I piccoli pazienti vengono seguiti nel tempo con controlli regolari insieme ai pediatri e agli specialisti, per monitorare crescita e sviluppo.
Perché nella radioterapia pediatrica l’obiettivo non è solo guarire, ma permettere a quel bambino di tornare alla scuola, allo sport, alle amicizie e ai sogni.
In una giornata dedicata alla consapevolezza sui tumori infantili (15/2), A.I.R.O. ricorda che la tecnologia più avanzata ha senso solo se resta al servizio della persona.



