L’amministrazione Trump ha ordinato il ritiro di circa 700 agenti federali dispiegati in Minnesota negli ultimi mesi, una decisione che ha immediatamente acceso il dibattito politico e sollevato interrogativi sulla gestione della sicurezza pubblica nello Stato.
Gli agenti, provenienti da diverse agenzie federali, erano stati inviati per supportare le autorità locali in operazioni di contrasto alla criminalità organizzata, al traffico di armi e alle violenze legate alle proteste che avevano attraversato Minneapolis e altre città. Secondo fonti della Casa Bianca, il ritiro rientra in una più ampia revisione delle operazioni federali interne, con l’obiettivo dichiarato di “razionalizzare le risorse” e restituire maggiore autonomia ai governi statali.
L’amministrazione sostiene che la presenza prolungata degli agenti non sia più necessaria e che le forze locali siano ora in grado di gestire la situazione in modo indipendente. Tuttavia, diversi funzionari del Minnesota hanno espresso preoccupazione, temendo che la decisione possa lasciare scoperti alcuni fronti sensibili, soprattutto nelle aree urbane dove la criminalità è tornata a crescere.
Il governatore ha definito il ritiro “prematuro”, sottolineando che molte delle operazioni avviate con il supporto federale sono ancora in corso e che la collaborazione tra i vari livelli di governo aveva prodotto risultati tangibili. Alcuni sindaci, in particolare quello di Minneapolis, hanno chiesto chiarimenti formali, ricordando che la presenza degli agenti era stata concordata per affrontare una fase di particolare instabilità.
La decisione ha inevitabilmente assunto una dimensione politica. I sostenitori del ritiro parlano di un passo necessario per ridurre l’ingerenza federale e ristabilire un equilibrio tra poteri locali e nazionali.



