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Gli 80 anni della Repubblica

Un viaggio nel biennio che ha trasformato un paese ferito dal conflitto e dalla dittatura in una nazione moderna, tra speranze di rinascita e ricostruzione morale
mercoledì, 4 Febbraio 2026
4 minuti di lettura

Riprendiamo il filo, con la terza puntata, le rievocazione degli ottant’anni delle Repubblica già iniziata con l’edizione del 28 gennaio del nostro giornale di degasperiana fondazione e ispirazione. Abbiamo già sottolineato l’importanza di ricordare e raccontare come sia nata la nostra Repubblica e abbiamo anche fornito un succinto quadro storico di carattere generale sulle problematiche e gli avvenimenti manifestatisi tra il 25 aprile 1945 ed il referendum del 2 giugno 1946.

La Repubblica nascente costruì una memoria pubblica orientata alla coesione più che al conflitto: la Resistenza divenne il mito fondativo dello Stato democratico, mentre il fascismo fu spesso ridotto a una parentesi o attribuito a pochi responsabili. Questa scelta favorì la stabilità e la ricostruzione, ma lasciò irrisolti nodi profondi nella coscienza storica nazionale.

La pacificazione probabilmente fu vista come il male minore, si operò attraverso una giustizia minima e selettiva in quanto era incombente la paura della continuazione di una guerra civile fratricida tra gli Italiani e processi massivi avrebbero potuto riaccendere vendette, delegittimare una parte consistente della popolazione, creare un’instabilità cronica.

Il 25 aprile tra fondazione, pacificazione e memoria contesa

L’istituzione della festa del 25 aprile avvenne nel 1946, fortemente voluta da De Gasperi, in un momento delicatissimo della storia italiana. Il Paese usciva dallaguerra perduta, da vent’anni di dittatura, da una lacerante guerra civile e da una transizione istituzionale ancora aperta: la monarchia era formalmente in piedi, ma il referendum del 2 giugno incombeva e la Repubblica era già nell’orizzonte politico. In questo contesto Alcide De Gasperi, alla guida del governo, promosse il decreto che dichiarava il 25 aprile festa nazionale, controfirmato dal luogotenente del Regno Umberto II. Il gesto aveva un valore non solo commemorativo, ma eminentemente politico e simbolico.

La scelta del 25 aprile rimandava all’insurrezione del 1945 e alla liberazione delle grandi città del Nord: un evento che segnava la fine del nazifascismo e il ritorno della sovranità nazionale.

Liberazione fondamento condiviso

Alcide De Gasperi non mirava semplicemente a celebrare una vittoria militare o una parte politica, l’obiettivo era più ampio: trasformare la Liberazione in un fondamento condiviso della nuova comunità nazionale, un punto di riferimento civile capace di accompagnare la ricostruzione democratica e, almeno nelle intenzioni, favorire la pacificazione dopo anni di fratture profonde.

In questa prospettiva, il 25 aprile doveva essere “la festa di tutti”, non la festa di una fazione. La Resistenza, pur nella sua pluralità ideologica, veniva proposta come patrimonio comune: cattolici, liberali, socialisti, comunisti, militari, civili avevano concorso — in forme diverse — alla fine della dittatura. Il messaggio implicito era che la nuova Italia poteva riconoscersi non nella continuità con il passato fascista, ma in un atto collettivo di liberazione e di rinascita democratica.
Tuttavia, con il passare dei decenni, questo equilibrio originario si è progressivamente modificato.

Un simbolo politico conteso

Durante la Guerra fredda e soprattutto negli anni Settanta e Ottanta, il 25 aprile è diventato sempre più un simbolo politicamente marcato, spesso associato in modo prevalente alla cultura della sinistra e ai movimenti antifascisti militanti. La dimensione unitaria e riconciliativa si è in parte attenuata, mentre cresceva una lettura identitaria della Resistenza come matrice di specifiche battaglie politiche e sociali. Parallelamente, settori conservatori o post-fascisti hanno vissuto questa festa con distanza, talvolta con aperta diffidenza.

A partire dagli anni Novanta, anche la storiografia ha contribuito a rendere più complessa la memoria pubblica. La Resistenza è stata riletta non solo come guerra di liberazione nazionale, ma anche come guerra civile e conflitto ideologico, facendo emergere ambiguità, contraddizioni e pluralità di motivazioni. Questa maggiore consapevolezza storica ha arricchito il dibattito, ma ha anche reso più difficile una narrazione unitaria e pacificata.

Commemorazione che ci interroga

Oggi il 25 aprile rimane una data fondamentale della Repubblica, ma è anche uno specchio delle tensioni contemporanee. Per alcuni rappresenta un presidio irrinunciabile dei valori antifascisti e democratici; per altri è percepito come una celebrazione ancora politicizzata, non pienamente condivisa. La festa continua dunque a oscillare tra due poli: da un lato la sua vocazione originaria di memoria fondativa e inclusiva, dall’altro il suo utilizzo come terreno di confronto politico e culturale.

In fondo, questa ambivalenza riflette un nodo più profondo della storia italiana: la difficoltà di elaborare in modo pienamente condiviso il proprio passato novecentesco. Il progetto di De Gasperi — fare del 25 aprile un simbolo di unità e di ricomposizione civile — non è mai stato completamente realizzato, ma continua a costituire un orizzonte implicito. Ogni anno, la ricorrenza non è solo commemorazione, ma anche una domanda aperta su che cosa significhi oggi essere una comunità democratica e su quanto il passato possa ancora aiutare a costruire un senso comune del presente.

Gli Statisti e la pacificazione

Rimane una domanda conclusiva a cui ciascun lettore potrà dare la sua spiegazione o risposta. Potevano i nostri principali statisti (De Gasperi, Togliatti e Nenni) fare di meglio nelle condizioni che abbiamo descritto? La storia non si fa con i “se” e con i “ma”, tuttavia noi riteniamo non si potesse avere compromesso migliore che la pacificazione sociale dopo il fascismo e la guerra civile ed il “centrismo puro” Degasperiano. Lo statista nel sollecitare la partecipazione di tutti i partiti politici, teneva la DC al sicuro da idee nostalgiche del passato fascista e la preservava da derive comuniste, come i tempi dopo la guerra presagivano, rispettando il futuro politico costituito dalla divisione in blocchi, già decisa a Yalta nel febbraio del 1945.

Comunque, oggi abbiamo tempo e modo di correggere e implementare quanto non si poté realizzare o lo si fece in maniera incompleta alla nascita della Repubblica per le oggettive difficoltà esistenti all’epoca.

Nuovo mondo nuove sfide

Analizzando pragmaticamente i tempi che viviamo – non meno sfidanti del passato- e conoscendo la storia, anche oggi siamo chiamati a definire al meglio gli equilibri di un nuovo mondo che, nato alla fine della seconda guerra mondiale, è tramontato nell’era della globalità e del multipolarismo.

(3 – continua)

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